La legge parlava di prevenzione delle #infezioni. Gli studi clinici iniziali misuravano principalmente la prevenzione della #malattia sintomatica.
È una distinzione fondamentale per comprendere le decisioni prese durante gli anni #Covid.
La legge 178 del 30 dicembre 2020 stabiliva un piano vaccinale finalizzato a contrastare la diffusione di SARS-CoV-2 e prevenire le infezioni.
Ma gli studi principali utilizzati per autorizzare i primi vaccini avevano un obiettivo primario diverso: verificare la capacità di prevenire la Covid-19 sintomatica.
La riduzione della trasmissione tra persone non era stata misurata direttamente come obiettivo principale di quelle sperimentazioni.
Questo non significa che i vaccini fossero incapaci di ridurre il contagio: studi successivi hanno documentato effetti sulla trasmissione, variabili nel tempo e a seconda delle varianti.
Resta però una distinzione essenziale tra ciò che era stato dimostrato al momento dell'autorizzazione e le finalità attribuite alla campagna vaccinale.
La questione assume particolare rilevanza quando si parla di obblighi sanitari, tutela della collettività e consenso informato.
Perché un conto è la funzione terapeutica per cui un farmaco viene autorizzato, un altro è l'insieme degli obiettivi di salute pubblica che il legislatore intende perseguire.
Una discussione giuridica seria deve partire proprio da questa distinzione, dai documenti originali e dalle evidenze disponibili quando quelle decisioni furono prese.
300 milioni per i banchi a rotelle. #Mascherine, dispositivi, forniture acquistate nell’urgenza. Interi capitoli di spesa pubblica aperti nel giro di pochi mesi.
È anche da qui che bisogna rileggere gli anni #Covid.
Non soltanto dagli obblighi, dai #lockdown o dalle decisioni sanitarie, ma da tutto ciò che è stato acquistato, finanziato e pagato mentre la parola “emergenza” rendeva quasi impossibile fermarsi a chiedere conto delle scelte.
Il caso dei banchi a rotelle è diventato uno dei simboli più riconoscibili di quella stagione: centinaia di milioni investiti in una soluzione presentata come necessaria e poi rapidamente scomparsa dalle scuole e dal dibattito pubblico.
E attorno c’era molto altro.
La #paura rende urgente. L’urgenza accelera le decisioni. E quando le decisioni vengono prese senza un controllo adeguato, il denaro pubblico può diventare facilissimo da spendere e difficilissimo da recuperare.
È questo il punto che resta aperto.
Non basta ricordare quanto è successo.
Bisogna ricostruire dove sono finiti i soldi, chi ha preso quelle decisioni e quanto di ciò che veniva presentato come indispensabile lo fosse davvero.
Perché mentre tutto veniva giustificato dall’emergenza, il conto continuava a salire.
E quel conto era nostro.
Prima l’emergenza sanitaria. Oggi la minaccia #militare.
Cambia il contesto, ma il meccanismo da osservare resta sorprendentemente simile: creare un clima di paura sufficientemente forte da rendere accettabili decisioni, spese e sacrifici che in condizioni normali avrebbero bisogno di un confronto molto più profondo.
Durante gli anni #Covid enormi risorse pubbliche sono state destinate al settore sanitario e farmaceutico.
Oggi l’#Europa prepara un aumento senza precedenti degli investimenti nella difesa e nell’industria militare.
Il punto non è ignorare i rischi geopolitici né negare la guerra in #Ucraina.
Il punto è impedire che la paura diventi ancora una volta uno strumento capace di sospendere qualsiasi discussione sulla destinazione del denaro pubblico.
Sanità, scuola, welfare, infrastrutture e famiglie competono ogni giorno per risorse limitate. Quando centinaia di miliardi vengono orientati verso un nuovo settore strategico, discutere priorità, interessi economici e beneficiari diventa indispensabile.
Perché le emergenze cambiano.
Ma il rischio che il denaro dei cittadini venga spostato rapidamente verso pochi grandi interessi privati rimane.
Ed è proprio nei momenti di maggiore paura che il controllo democratico dovrebbe diventare più forte, non più debole.
Per capire davvero ciò che è accaduto negli anni del #Covid bisogna tornare all’inizio.
E uno dei luoghi da cui ripartire è Vo’ Euganeo.
Nel febbraio 2020 il comune veneto diventa uno dei primi grandi simboli dell’emergenza italiana. Vengono effettuati #tamponi su gran parte della popolazione, il territorio viene chiuso e quei dati acquistano immediatamente un peso enorme nel modo in cui viene raccontata la diffusione del #virus.
Proprio sulla diagnostica utilizzata a Vo’ si concentra però una contestazione radicale.
Il punto riguarda l’affidabilità dei #test, i criteri con cui sono stati interpretati i risultati e, di conseguenza, la solidità della rappresentazione di Vo’ come focolaio.
Non è un dettaglio.
Perché se un caso diventa modello per comprendere la diffusione di un virus, orientare strategie sanitarie e giustificare misure eccezionali, la qualità dei dati su cui quel caso è costruito deve poter essere verificata fino in fondo.
Andrea Crisanti, oggi senatore, fu tra i principali responsabili scientifici dello studio condotto sulla popolazione di Vo’.
Ed è proprio per questo che tornare oggi sui metodi, sui test e sui dati di quell’esperienza significa tornare a uno dei passaggi fondamentali con cui l’Italia entrò nell’emergenza Covid.
Prima delle conclusioni vengono i dati.
E prima dei dati viene il metodo con cui sono stati prodotti.
I camion militari di #Bergamo sono diventati, nel marzo 2020, l’immagine simbolo dell’emergenza #Covid in Italia.
Una fila di mezzi attraversa la città trasportando feretri fuori dalla provincia e, nel giro di poche ore, quelle immagini finiscono su televisioni, giornali e social di tutto il Paese.
Da quel momento non rappresentano più soltanto un fatto di cronaca.
Diventano paura.
Diventano la fotografia attraverso cui milioni di italiani iniziano a interpretare ciò che sta accadendo.
Ed è proprio sull’utilizzo mediatico di quelle immagini che oggi si concentra una delle contestazioni più dure: il convoglio sarebbe stato trasformato in uno strumento capace di amplificare enormemente la percezione dell’emergenza.
Il punto non è negare che a Bergamo ci fossero #morti, né che i feretri venissero trasferiti verso altri crematori.
Il punto è comprendere quanto una determinata rappresentazione possa incidere sulle emozioni collettive e, di conseguenza, sull’accettazione di decisioni politiche eccezionali.
Perché da quel momento quelle immagini verranno utilizzate continuamente come simbolo di ciò che sarebbe potuto accadere senza restrizioni, lockdown e misure sempre più invasive.
I camion di Bergamo non hanno segnato soltanto una notte.
Hanno segnato il modo in cui un intero Paese ha vissuto gli anni successivi.
Negli anni del #Covid, “seguire la scienza” è diventata una delle espressioni più ripetute.
Ma la #scienza non funziona per adesione.
Funziona attraverso dati verificabili, confronto, controlli, possibilità di contestare un risultato e disponibilità a correggere ciò che non regge alla prova dei fatti.
Per questo vaccinarsi, fare un #tampone o aderire alle indicazioni istituzionali non può essere considerato, di per sé, la prova di essere stati “dalla parte della scienza”.
Allo stesso modo, mettere in discussione norme, strumenti diagnostici o decisioni politiche non significa automaticamente essere contro la scienza.
#Medici, giuristi, ricercatori e cittadini hanno il diritto di verificare ciò che è stato fatto e chiedere che ogni scelta venga sostenuta da documenti, procedure corrette e dati controllabili.
È proprio questo il valore di un’indagine parlamentare: tornare su decisioni considerate per anni intoccabili e sottoporle nuovamente a verifica.
I lavori della Commissione Covid sono pubblici e continuano attraverso audizioni e documentazione parlamentare.
Il confronto su quegli anni non dovrebbe ridursi a vaccinati contro non vaccinati.
Il punto è molto più profondo: distinguere la fiducia dalla verifica e il consenso dal metodo scientifico.
Perché la scienza non chiede di credere.
Chiede di poter controllare.
Con i #vaccini a mRNA è diventato ancora più importante parlare seriamente di farmacovigilanza.
Non basta autorizzare un prodotto, somministrarlo su larga scala e aspettare che sia il cittadino a segnalare spontaneamente ciò che gli accade.
La sorveglianza dovrebbe essere capace di intercettare gli eventi avversi, seguirli nel tempo, confrontare i dati e verificare eventuali segnali con metodo.
Ed è proprio questo il punto.
Una persona che dopo una vaccinazione sta male può essere anziana, avere difficoltà a utilizzare una piattaforma online, non sapere che può effettuare una segnalazione o semplicemente non collegare immediatamente ciò che sta vivendo alla vaccinazione.
Scaricare su di lei l’onere di attivare il sistema significa inevitabilmente rischiare di perdere una parte degli eventi.
Con una campagna vaccinale di dimensioni eccezionali serviva quindi un monitoraggio altrettanto rigoroso, capillare e accessibile.
La farmacovigilanza non dovrebbe iniziare quando qualcuno trova il modulo giusto da compilare.
Dovrebbe essere il sistema sanitario ad avere gli strumenti per individuare, studiare e approfondire tempestivamente ciò che accade dopo la somministrazione.
Perché conoscere davvero benefici e rischi di un intervento sanitario significa anche cercare attivamente ciò che potrebbe essere andato storto.
#tamponi #virus #contagio
Non stiamo parlando di un singolo errore.
Il problema riguarda un’intera catena di controlli che, durante gli anni #Covid, avrebbe dovuto garantire la correttezza della diagnostica, dei dati e delle decisioni prese sulla base di quei dati.
#Spallanzani, Istituto Superiore di #Sanità, Ministero della #Salute, Protezione Civile: ognuno aveva competenze e responsabilità precise.
E poi c’era la magistratura, chiamata a intervenire quando emergono possibili violazioni, omissioni o responsabilità istituzionali.
È proprio l’insieme di questi passaggi a rendere il lavoro della Commissione parlamentare così importante.
Perché quando il problema non riguarda più un singolo ente, ma il funzionamento contemporaneo di più istituzioni, serve un’indagine capace di ricostruire l’intero meccanismo.
Chi doveva controllare la diagnostica?
Quali verifiche sono state realmente effettuate?
Quali obblighi previsti dalle norme sono stati rispettati?
La Commissione sta entrando sempre più in profondità in questi aspetti e il suo lavoro può rappresentare un passaggio decisivo per fare chiarezza sulle responsabilità di quegli anni.
Perché se il sistema dei controlli non ha funzionato, non basta correggere un singolo errore.
Bisogna capire come sia stato possibile che così tanti livelli istituzionali abbiano fallito contemporaneamente.
Negli anni del Covid, gli Ordini dei Medici hanno avuto un ruolo decisivo nell’applicazione concreta delle politiche vaccinali.
Ed è proprio sul loro ruolo che resta uno dei nodi più delicati.
Un Ordine professionale non dovrebbe limitarsi a recepire una decisione #politica. Deve tutelare l’autonomia della professione, il rispetto della scienza, la corretta informazione del paziente e la #libertà del #medico di valutare ogni intervento sanitario secondo criteri clinici e deontologici.
Il punto centrale riguarda la distinzione tra due funzioni diverse: prevenire i sintomi e le forme della #malattia non significa automaticamente impedire l’infezione o la trasmissione del virus.
Una distinzione che avrebbe dovuto avere un peso enorme nel dibattito sugli obblighi e sulla tutela della collettività.
Anche il consenso informato assume quindi un valore fondamentale.
Il cittadino che si sottopone a un trattamento deve conoscere con precisione quale funzione svolge, quali benefici può offrire e quali limiti presenta.
Quando politica, obblighi sanitari e professione medica si sovrappongono, gli Ordini dovrebbero rappresentare un argine indipendente.
Se invece quell’autonomia viene meno, non si indebolisce soltanto la professione medica.
Si indebolisce il diritto del cittadino a ricevere un’informazione completa e a essere tutelato da chi ha scelto di affidarsi alla #medicina.
Negli anni #Covid il ruolo dei #medici e degli Ordini professionali è stato centrale.
Le decisioni politiche, infatti, non sono rimaste sulla carta. Sono entrate nella vita concreta delle persone attraverso strutture sanitarie, professionisti, protocolli e campagne vaccinali.
Ed è proprio qui che si apre uno dei nodi più delicati di quel periodo.
Il medico non è un semplice esecutore. Ha una responsabilità scientifica, professionale e deontologica propria. Deve valutare, informare, conoscere rischi e benefici, tutelare il paziente e mantenere la propria autonomia anche davanti a una pressione politica o istituzionale molto forte.
Quando questa autonomia si riduce, il rapporto tra medicina e #potere cambia radicalmente.
Gli Ordini professionali avrebbero dovuto rappresentare uno dei principali argini: verificare, discutere, chiedere chiarimenti, tutelare i professionisti e garantire che ogni scelta sanitaria restasse fondata su criteri realmente medici.
Invece, durante quegli anni, il mondo sanitario ha spesso finito per accompagnare e rendere operative decisioni già prese altrove.
Ed è questo il passaggio più grave: quando la medicina smette di essere luogo di valutazione indipendente e diventa semplice cinghia di trasmissione del potere politico, a essere compromessa non è soltanto la libertà professionale.
È la tutela stessa della salute dei #cittadini.
Durante gli anni #Covid, enormi quantità di #denaro pubblico sono finite verso aziende #farmaceutiche e produttori privati di dispositivi diagnostici.
Ma accanto alla domanda economica ce n’è un’altra, ancora più pesante: chi ha controllato?
Quando vengono movimentate risorse pubbliche di questa portata, quando milioni di cittadini vengono sottoposti a tamponi, obblighi e restrizioni e quando emergono contestazioni sulla validazione della diagnostica e sulla funzione dei vaccini imposti, la magistratura dovrebbe avere un ruolo centrale.
Indagare. Verificare. Accertare responsabilità.
E invece proprio l’assenza di un’azione giudiziaria incisiva diventa uno dei punti più controversi di tutta questa vicenda.
Il nodo riguarda anche il rapporto tra Parlamento e Governo.
Se il #Parlamento ha approvato un obbligo attribuendogli una determinata funzione, bisogna verificare se ciò che è stato concretamente imposto ai cittadini corrispondesse davvero a quella volontà.
Perché in caso contrario non si parla soltanto di una scelta sanitaria discutibile.
Si apre un problema istituzionale enorme.
Soldi pubblici, aziende private, diagnostica, obblighi, responsabilità politiche: sono tutti pezzi dello stesso quadro.
E quando le domande diventano così grandi, il silenzio di chi dovrebbe indagare pesa ancora di più.
Quando si parla degli anni #Covid, il tema economico viene spesso lasciato sullo sfondo.
Eppure è uno degli aspetti che merita più attenzione.
Durante l’#emergenza, enormi quantità di #denaro pubblico sono state utilizzate per acquistare #vaccini, finanziare campagne informative e sostenere un sistema che ha coinvolto aziende private, mezzi di comunicazione e istituzioni.
Il punto non è soltanto quanto sia stato speso.
Il punto è capire dove siano finiti quei soldi, quali interessi abbiano favorito e quali controlli siano stati effettuati.
Perché ogni euro pubblico utilizzato in quel periodo era denaro dei cittadini: risorse che avrebbero potuto finanziare sanità, scuole, servizi, infrastrutture e investimenti sul territorio.
A questo si aggiunge il ruolo dell’informazione.
Quando i media ricevono contributi pubblici mentre contemporaneamente partecipano alla comunicazione di una campagna sanitaria senza precedenti, diventa essenziale interrogarsi sull’indipendenza del racconto e sulla pluralità delle informazioni disponibili.
Informazione, politica e interessi economici non possono essere analizzati separatamente.
Perché l’emergenza Covid non è stata soltanto una vicenda sanitaria.
È stata anche una gigantesca operazione economica.
E quando vengono movimentate cifre così grandi, una domanda dovrebbe essere inevitabile: chi ha beneficiato realmente di quelle decisioni e chi ne ha pagato il prezzo?
Per anni una scelta è stata presentata come sinonimo di razionalità: vaccinarsi significava “seguire la scienza”, mentre dubitare veniva spesso associato a ignoranza o irresponsabilità.
Ma seguire la #scienza non significa semplicemente fidarsi.
Significa poter conoscere i dati, discuterli, verificarli, comprendere limiti e incertezze e avere accesso a informazioni complete.
Ed è forse proprio questo che rende oggi così difficile tornare su quegli anni.
Mettere in discussione ciò che abbiamo creduto significa anche mettere in discussione le nostre decisioni, la fiducia riposta nelle #istituzioni e il modo in cui abbiamo giudicato chi aveva fatto scelte diverse.
È un passaggio psicologicamente scomodo.
Ma il confronto non dovrebbe trasformarsi in una guerra tra vaccinati e non vaccinati.
La domanda importante è un’altra: quanto spazio reale c’era per comprendere, discutere e scegliere consapevolmente?
Quando una decisione sanitaria riguarda il proprio corpo, il consenso dovrebbe poggiare su informazioni trasparenti, benefici e rischi conosciuti e possibilità di confronto.
Ed è proprio per questo che tornare oggi su dati, comunicazione, controlli e decisioni di quegli anni non significa negare la scienza.
Significa pretendere che la parola “scienza” non venga mai utilizzata per chiudere una discussione che, invece, deve poter essere verificata.
Il costo dei #lockdown non si è esaurito quando sono state riaperte le porte di casa.
Quelle decisioni hanno avuto conseguenze sulla #salute, sulla scuola, sulle relazioni, sul lavoro e sull’#economia. E tra chi ne ha pagato il prezzo più alto ci sono stati anche bambini e adolescenti.
Quando si limita per mesi la possibilità di frequentare la scuola, incontrare i coetanei, fare sport e vivere normalmente gli anni della crescita, il diritto alla salute non può essere interpretato soltanto come protezione da una singola malattia.
La salute è anche psicologica, sociale e relazionale.
A questo si aggiunge il costo economico delle chiusure: attività fermate, imprese in difficoltà, famiglie impoverite e conseguenze che, in molti casi, continuano ancora oggi.
Ed è proprio qui che si apre il nodo giuridico.
Misure così invasive possono essere giustificate soltanto se esistono presupposti solidi, proporzionati e verificabili.
Se quei presupposti vengono messi in discussione, allora bisogna tornare anche sulle conseguenze prodotte dalle decisioni prese.
Perché non basta dire che si trattava di un’#emergenza.
Bisogna chiedersi se ogni restrizione fosse realmente necessaria, se esistessero alternative e chi debba rispondere dei danni causati.
Soprattutto quando a pagarli sono stati anche i più giovani.
BORSELLINO E FALCONE NON HANNO EREDI
La magistratura esercita l'azione penale per un caso di una malattia che, se è veramente quella "anticipata", se curata, non conduce alla morte. Indaga i genitori. La magistratura non esercita l'azione penale per i morti ed i danneggiati dall'inutile vaccinazione anti COVID-19. Lascia tranquillamente circolare i politici e gli industriali farmaceutici che hanno danneggiato milioni di persone. Forte con i deboli, debole con i forti.
C’è un punto da cui dipende tutto il resto: la diagnostica.
Per dimostrare la diffusione di un #virus servono strumenti capaci di rilevarlo in modo affidabile. E se proprio quegli strumenti non sono stati validati correttamente, diventa inevitabile interrogarsi sulla solidità dei dati costruiti attraverso di essi.
Perché dai #tamponi non sono derivati soltanto dei referti.
Sono derivati i numeri dei positivi, la rappresentazione della circolazione del virus, i focolai, i bollettini, le restrizioni e, successivamente, anche una parte delle giustificazioni utilizzate per introdurre gli obblighi vaccinali.
È questo il passaggio decisivo.
Se viene messa in discussione l’affidabilità della diagnostica, bisogna riesaminare anche tutto ciò che su quei dati è stato costruito.
E il problema diventa ancora più grande quando agli stessi obblighi viene attribuita una finalità di contenimento della trasmissione che deve essere dimostrata scientificamente.
Tamponi, #contagio e obblighi non sono quindi tre questioni separate.
Sono pezzi dello stesso sistema.
Ed è proprio questo che rende necessario un accertamento completo delle responsabilità: quali dati erano realmente disponibili? Quali strumenti li avevano prodotti? Quali decisioni sono state prese sulla base di quei numeri?
Perché quando da un dato dipendono libertà, lavoro e diritti fondamentali, quel dato deve essere verificabile fino in fondo.
Per anni si è discusso dell’imprecisione dei #tamponi #Covid.
Ma il problema potrebbe essere ancora più a monte: la loro validazione.
Durante l’emergenza esistevano norme che prevedevano controlli specifici sui dispositivi diagnostici utilizzati nei laboratori italiani. Il compito era verificare che quei #test fossero realmente efficaci e affidabili prima di utilizzarli su scala nazionale.
Ed è qui che entra lo #Spallanzani.
Se i dispositivi utilizzati non sono stati sottoposti alla validazione prevista, non siamo davanti a una semplice questione tecnica.
Da quei tamponi sono derivati milioni di risultati positivi, focolai, quarantene, bollettini, restrizioni e decisioni che hanno inciso profondamente sulla vita del Paese.
Per questo la domanda sulla loro affidabilità è decisiva.
Non basta dire che, durante un’emergenza, serviva agire rapidamente. L’urgenza non può sostituire il metodo scientifico, soprattutto quando proprio quei test diventano lo strumento con cui si misura l’emergenza stessa.
Quali dispositivi sono stati utilizzati? Quali verifiche sono state effettuate? Dove sono i documenti che ne dimostrano efficacia e affidabilità?
Sono domande che meritano risposte precise.
Perché se viene meno la certezza sullo strumento diagnostico, diventa necessario riesaminare anche la solidità dei dati costruiti attraverso quello strumento.
Per anni chi non si vaccinava è stato rappresentato come qualcuno che rifiutava di rispettare la #legge.
Ma il nodo giuridico potrebbe essere esattamente l’opposto.
La domanda è: ciò che veniva imposto ai cittadini corrispondeva davvero alla funzione prevista dalla legge?
Un passaggio decisivo riguarda il 29 marzo 2021, pochi giorni prima dell’introduzione dell’#obbligovaccinale per il personale sanitario.
Già allora erano disponibili valutazioni sulla capacità dei vaccini #Covid di prevenire la malattia e sul diverso tema della prevenzione della trasmissione del #SARSCoV2.
Ed è proprio questa distinzione che cambia completamente il problema.
Se un obbligo viene introdotto con una determinata finalità di tutela collettiva, bisogna verificare che il prodotto imposto sia effettivamente idoneo a realizzare quella finalità.
Non è una questione semantica.
È il confine tra rispettare la volontà del legislatore e applicare una norma attribuendole un significato diverso.
Per questo il punto oggi non dovrebbe essere semplicemente chiedersi perché alcune persone abbiano rifiutato la vaccinazione.
La domanda più importante è un’altra: chi ha costruito e applicato quell’obbligo sapeva già quali fossero i limiti dello strumento utilizzato?
Perché se quelle informazioni erano già disponibili, cambia radicalmente la lettura di ciò che è accaduto.
Dalla Commissione parlamentare #Covid sta emergendo un nodo fondamentale sugli obblighi vaccinali introdotti durante l’emergenza.
La domanda è molto precisa: i #vaccini concretamente imposti ai cittadini svolgevano davvero la funzione che il legislatore aveva posto alla base di quelle misure?
Il punto centrale è la distinzione tra prevenzione della #malattia e prevenzione della trasmissione del #virus.
Una differenza tutt’altro che secondaria.
Perché se un obbligo viene giustificato anche con la necessità di proteggere la collettività e fermare la diffusione del contagio, bisogna verificare che lo strumento imposto fosse effettivamente in grado di raggiungere quello scopo.
Ed è proprio qui che si apre il problema politico e giuridico.
Se il Parlamento approva una misura sulla base di una determinata finalità, il Governo non può applicarla utilizzando strumenti che rispondono a una funzione diversa.
La distinzione tra SARS-CoV-2, cioè il virus, e Covid-19, cioè la malattia, diventa quindi decisiva anche sul piano del diritto.
Il lavoro della Commissione serve proprio a ricostruire questi passaggi: quali informazioni erano disponibili, cosa sapevano Governo e istituzioni e su quali presupposti sono stati introdotti obblighi che hanno inciso direttamente sulla vita di milioni di cittadini.
Perché se cambia il presupposto, cambia anche la valutazione dell’intera misura.
L’Italia non è un Paese qualsiasi quando si parla di ciò che accadde nel 2020.
Fu qui che l’Europa vide esplodere per la prima volta l’emergenza Covid con una forza tale da cambiare, nel giro di poche settimane, la vita di milioni di persone.
Codogno, Lombardia, zone rosse, lockdown: l’Italia divenne il punto da cui una nuova narrazione dell’emergenza sanitaria si diffuse rapidamente in tutto il continente.
Ed è proprio per questo che il lavoro della Commissione parlamentare assume un significato particolare.
Secondo questa ricostruzione, indagare oggi su quegli eventi significa tornare nel Paese in cui molte delle decisioni, dei protocolli e delle rappresentazioni che avrebbero caratterizzato gli anni successivi presero forma per la prima volta in Europa.
Il valore dell’indagine non sta quindi soltanto nel guardare indietro.
Sta nel verificare documenti, responsabilità, dati e decisioni che per anni sono stati considerati ormai acquisiti.
Ed è significativo che sia proprio l’Italia a farlo.
Il Paese che per primo ha vissuto quelle misure oggi ha anche l’opportunità di riesaminarle criticamente.
Perché una democrazia non dovrebbe temere di tornare sulle proprie decisioni più controverse.
Soprattutto quando hanno inciso così profondamente sulla libertà, sulla salute e sulla vita dei cittadini.
