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Io non ho idee politiche, ho certezze morali ( Ada Gobetti). T'el chi el crapùn...

Torino, Piemonte
Joined February 2012
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Grazie Luciana per strappare una risata anche in mezzo a tutta questa 💩 #ctcf
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Mi si stringe il cuore a pensare cosa possano aver vissuto #ginocecchettin #CTCF
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Qualcuno può dire, in tutta onestà, che in questi quattro anni Giorgia Meloni abbia dimostrato una qualsiasi competenza, una sola capacità, che non fosse la propaganda? Qualcuno sa indicarmi un ministro, un sottosegretario, uno solo, che si sia rivelato capace in qualcosa? Io vedo inetti, laidi, ubriaconi, presuntuosi incapaci. Questo quando va bene. Quando va male vedo nostalgici dichiarati, o gente in odore di criminalità protetta dallo scudo parlamentare. Qualcuno sa citarmi un risultato di questo governo? Uno. Qualcuno può negare che economia, sanità, scuola e ricerca stiano andando a rotoli? Che abbiano bruciato 200 miliardi perché incapaci di spenderli per il bene del Paese? Che tutto quello che hanno saputo fare sia stato favorire gli amici e inventarsi reati per soffocare il dissenso? Che la libertà e la qualità della nostra stampa stiano crollando a colpi di veline governative? Che la coesione e la pace sociale di questo Paese vengano fatte a pezzi dai loro tentativi di sovvertire la Costituzione? Qualcuno può negare anche una sola di queste cose? Avanti. Dimostrami che sbaglio. Non ci riesci. Lo sai tu e lo so io. Allora tu, che voterai ancora Meloni, lo fai per una ragione sola. Non hai scuse. Non hai attenuanti. Non hai altre ragioni. Sei fascista.
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Gli psicologi lo chiamano capro espiatorio. Quando la vita va male, guardarsi allo specchio diventa insopportabile. Serve un colpevole esterno su cui scaricare la rabbia. Il nazista funziona così. Il suo fallimento è fatto di affetti mancati, di solitudine, di giornate senza senso. Riconoscerlo vorrebbe dire odiare sé stesso e la vita che si è scelta. Così sposta l'odio sul musulmano, sull'immigrato, sul diverso di turno. È un meccanismo di difesa, la proiezione. Odiare un nemico inventato è più comodo che cambiare. Più comodo che ammettere di essere dei poveracci.
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Nonostante Trump in questi anni, con impegno e dedizione, sia riuscito a far accordare ben 195 stati su 195 sul fatto che sia un coglione, non ha ricevuto il Nobel per la Pace. Mah, proprio vero che a volte sti premi li danno a cazzo
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Spietati a contrapporre @GianricoCarof a @Italo_Bocchino, il "giornalista" ne esce a pezzi, cvd @PiazzapulitaLA7
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Guarda se dobbiamo ancora ringraziare per il diesel a 2,19 €/litro #governodiincapaci #carburanti #Melonivergogna
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Con la farsa delle preferenze votata ieri al Senato i fascisti dimostrano ancora una volta di essere senza palle. Vigliacchi terrorizzati dal voto popolare. Sempre pronti a scappare con una divisa tedesca sulle spalle. Così si mettono al sicuro con l'ignominioso trucco dei capolista bloccati. Un nome in cima alla lista, staccato dagli altri, che nessun elettore potrà toccare. Salverà il culo a tutti loro. Al momento del voto i senatori di Fratelli d'Italia alzavano fogli con scritto «Con noi le preferenze». Ci vuole una bella faccia tosta. Per sicurezza, ovvio, si candideranno in tre o quattro collegi diversi. Non si sa mai.
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Lettera aperta a Claudio Borghi, Lucio Malan, Marco Lisei, a Maurizio Belpietro e alla redazione de "La Verità" Una bambina è morta. Una bambina di quattro anni è morta a Palermo, allo Zen, la notte del 20 agosto. Si chiamava Anna Rosa. Aveva la febbre da giorni, vomitava, non mangiava. Al pronto soccorso l'hanno guardata e l'hanno rimandata a casa, tonsillite. Due giorni dopo è tornata che non respirava più. L'hanno intubata, caricata su un'ambulanza, portata da un ospedale all'altro attraverso una città che ad agosto, di notte, dorme. Una bambina è morta di difterite, che in Italia non ammazzava nessuno dal 1991. Roba da libro di storia. La tossina le ha preso il cuore, il fegato, il colon. Hanno provato tutto, anche la circolazione extracorporea. Due giorni. Una bambina è morta perché non era vaccinata. Sua madre e suo padre avevano paura che il vaccino le facesse venire l'autismo. Non erano cattivi. Avevano paura. Suo cugino, quattro anni pure lui, ricoverato con la difterite, sta bene. Lei non era vaccinata. Lui sì. In mezzo ci sono pochi secondi, il tempo di una puntura fatta o non fatta quando erano piccoli. Qualcuno ha reso rispettabile quella bugia. Di questo si parla. Una bambina è morta perché quei due hanno creduto. La bugia però non l'hanno inventata loro, non l'hanno cercata, non hanno letto niente. L'hanno respirata. Gliel'hanno passata già pettinata, già uscita dalla bocca di gente che porta la cravatta e sta in televisione. Una bambina è morta mentre il senatore Borghi continua a ripetere che l'obbligo vaccinale non serve a niente, che siamo un'anomalia in Europa, che ci riproverà a smontare la legge Lorenzin. Il suo emendamento non riguardava la difterite. Riguardava morbillo, rosolia, parotite, varicella. Lo scrivo perché è vero. Allo Zen però le distinzioni non arrivano. Non arriva la differenza tra i quattro obblighi vecchi e i sei aggiunti nel 2017. Arriva il video, trenta secondi, un senatore della Repubblica che dice a una madre che deve essere libera di scegliere. Lei sceglie. Poi il senatore torna a casa e la madre resta con la figlia. Una bambina è morta dopo anni in cui il senatore Malan ha coltivato il sospetto. Le morti improvvise. Gli effetti avversi. Il malore di Ndicka in campo e quel messaggio che lasciava intendere una correlazione senza mai dirla, perché dirla sarebbe stato verificabile. Una bambina è morta e il metodo resta quello. Non si mente, si allude. Non si dice che i vaccini uccidono, si domanda se per caso non uccidano. Una domanda non la puoi querelare. Entra e basta, poi ci mette anni a uscire, e certe volte non esce. Una bambina è morta e sua madre aveva paura. Mentre quella paura girava per le case dello Zen, il presidente di una commissione parlamentare d'inchiesta stava su un palco ad Atreju a dire che i no vax andavano rinobilitati, che chi aveva avuto paura dei vaccini aveva avuto ragione. Oggi quella madre ha una figlia sottoterra e un'indagine per omicidio colposo per omissione. Il senatore Lisei ha una carriera. Una bambina è morta e quarantotto ore dopo la Verità, il giornale che si porta stampata sotto la testata la domanda di Pilato, quid est veritas, pubblicava un pezzo di Mario Giordano secondo cui se gli italiani non si fidano dei vaccini la colpa è di Roberto Burioni. Non del batterio. Non di dieci anni passati a raccontare che i vaccini fanno più male che bene. Di Burioni. Anna Rosa era morta da due giorni e voi stavate già regolando i conti con un virologo antipatico. Chiedetevi che cos'è la verità, direttore. Ve lo chiedete in latino ogni mattina, provate una volta in italiano. Anna Rosa è morta nella regione con la copertura vaccinale pediatrica più bassa d'Italia, 85,13 per cento contro una media nazionale del 94,46. La procura per i minorenni sta setacciando le materne della zona nord di Palermo. Cercano gli altri bambini. Una bambina è morta e nessuno di voi l'ha uccisa. La responsabilità penale è personale, e la vostra fedina resta pulita. A pagare saranno due poveracci dello Zen convinti di proteggerla. Loro hanno creduto. Voi avete lavorato per anni perché ci fosse qualcosa in cui credere, poi vi siete voltati dall'altra parte e avete chiamato libertà il risultato. Una bambina è morta e voi continuerete a parlare. In aula, in televisione, in prima pagina, e nessuno vi chiederà conto di niente. Ve lo chiedo io. Quando prendete una paura ignorante e le mettete addosso la giacca di un senatore, cosa pensate che succeda dopo, nelle cucine dove quella paura arriva? Una bambina è morta. La responsabilità penale non vi riguarda. Quella politica non prescrive, non si archivia, non aspetta l'esito di un'autopsia. Dormite pure. Il nome però imparatelo. Anna Rosa, quattro anni, Palermo. Rispondetene. Timostene
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Uffa, neanche oggi ci si accorge di te, nonostante le insinuazioni su Ranucci. Sorry. @salvosottile
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Le amicizie degli altri   Da settimane la destra fa le pulci all’amicizia tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola. Un senatore di Fratelli d’Italia si è spinto a dire che il conduttore di Report è amico fraterno di un pregiudicato, faccendiere per giunta. Discorso legittimo, per carità. A patto che valga anche in casa loro.   Perché le amicizie che dovrebbero far pensare, dalle parti di Palazzo Chigi, ce ne sono e nessuno le tocca.   Nel 1992 Marcello De Angelis esce dal carcere. Ha 32 anni, ne ha scontati tre di una condanna a cinque anni e sei mesi per associazione sovversiva e banda armata. Terza Posizione, il fratello Nanni morto in cella a Rebibbia nell’ottobre del 1980, la sorella Germana sposata con Luigi Ciavardini, condannato per la strage di Bologna. Sei mesi a Brixton prima di tutto questo, con i giudici inglesi che negano l’estradizione perché i reati sono politici.   Giorgia Meloni, quello stesso anno, ne ha quindici. Sedici a gennaio. Si mettono insieme. Lo raccontano Bisignani e Madron in I potenti al tempo di Giorgia, lui le regala pure una chitarra, e il particolare non è mai stato smentito. Alla ricerca del babbo perduto, quello che se n’era andato alle Canarie quando lei aveva un anno, la ragazzina della Garbatella si fidanza con un uomo che ha il doppio dei suoi anni e il piombo alle spalle. Poi si legherà anche al fratello Renato. Una famiglia intera.   La politica corre parallela. Lei entra nel Fronte della Gioventù proprio in quel 1992. Lui riprende da dove aveva lasciato, Alleanza Nazionale, direttore di Area e poi del Secolo d’Italia, senatore nel 2006, deputato nel 2008. Trent’anni dopo si ritrova capo della comunicazione di Rocca alla Regione Lazio, e ci resta finché non scrive su Facebook che con la strage di Bologna Fioravanti, Mambro e Ciavardini non c’entrano niente. Poi riaffiora il testo antisemita che aveva firmato per i 270bis, poi la notizia del fratello della compagna assunto in Regione. Si dimette il 29 agosto 2023. Vittima della macchina del fango, naturalmente.   Nessun senatore di Fratelli d’Italia ha mai chiesto alla presidente del Consiglio di spiegare quel fidanzamento. Nessuno le ha mai domandato chi le ha insegnato la politica, e cosa le ha insegnato. Ranucci va processato per un amico, lei no, e il maestro di lei era un condannato per banda armata mentre l’amico di lui è al massimo un imbroglione.   C’è chi le amicizie le paga e chi se le porta a Palazzo Chigi.
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10 giugno 1924 Centodue anni fa, oggi. Cinque uomini, una Lancia Lambda, il lungotevere Arnaldo da Brescia. Giacomo Matteotti si difese con la sola arma che aveva, un fermacarte rubato dall’auto, e graffiò la carrozzeria fino all’ultimo. Undici giorni prima aveva chiesto ai colleghi di preparargli l’orazione funebre. Sapeva. Lo sapevano tutti. Questo è il dettaglio che dovrebbe toglierci il sonno: lo sapevano tutti. Il fascismo nel 1924 non era ancora regime. Era un governo con una maggioranza gonfiata da una legge elettorale cucita su misura, una stampa già in ginocchio, un’opposizione bollata ogni giorno come nemica della nazione. Il Parlamento si riuniva, i giornali uscivano, i tribunali aprivano al mattino. La facciata era intatta. Dietro la facciata, niente. Vedo le obiezioni: il paragone non regge, oggi non si ammazza nessuno. Vero. Solo che la domanda non è quella. La domanda è quanto vale una democrazia dove le regole si riscrivono a vantaggio di chi comanda, dove chi dissente è un traditore della patria, dove i giornalisti scomodi vivono di querele temerarie e telefonate ai direttori. Quanto regge un sistema dove ogni contrappeso, magistratura, Consulta, Quirinale, viene raccontato come un fastidio da rimuovere. Matteotti non morì per un discorso. Morì perché un intero ceto moderato aveva deciso che con la prepotenza si poteva convivere, che era il prezzo dell’ordine e degli affari. L’Aventino arrivò dopo. Tardi e male. Il 10 giugno non chiede corone di fiori. Chiede di riconoscere l’attimo esatto in cui la convivenza con la prepotenza diventa complicità. Quell’attimo non ha il rumore di uno sparo. Ha il silenzio di una norma approvata a notte fonda, di una rassegnazione alla volta. Matteotti lo aveva capito. Noi abbiamo molte meno scuse.
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Poiché vedo che l’argomenti si sta affievolendo, nascosto da una serie di tentativi di depistaggio, ve lo ricordo io: Hanno segretato le chat di del mastro con un camorrista Hanno segretato il motivo per cui hanno dato cento milioni al tizio che accusa Conte in commissione Covid. Tutto il resto è fumo.
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Una bomba davanti a un cancello, a Pomezia. Dieci mesi dopo il mandante confessa e dice di averlo fatto per il bene della vittima. Me le faccio in ordine, le domande.   Chi aveva interesse a chiudere Report? La destra al governo.   Chi è finito sotto inchiesta, puntata dopo puntata, per il lavoro di quella redazione? La destra al governo.   Chi ha trascinato Ranucci davanti alle commissioni parlamentari ogni volta che una trasmissione dava fastidio? La destra al governo.   Chi conosceva Valter Lavitola meglio di chiunque altro, i precedenti, i processi, il prezzo a cui si vende? La destra al governo.   Chi sta speculando sull’amicizia tra Ranucci e Lavitola, spostando la colpa dall’attentatore alla vittima? La destra al governo.   Chi ha chiesto alla Rai la testa del conduttore prima ancora che il comitato etico si pronunciasse, con quel “può prendersi una pausa” di Salvini buttato lì come un consiglio tra amici? La destra al governo.   Chi difende Lavitola? Sergio Cola, avvocato storico dell’imprenditore, già deputato di Alleanza Nazionale, di formazione missina. Sempre allo stesso indirizzo torniamo.   Ora arriva la parte che non so.   Lavitola ha confessato. Sono io il mandante, dice, l’ho fatto per il suo bene, volevo che gli rafforzassero la scorta. Poi precisa che aveva ordinato quattro o cinque colpi di pistola contro il muro, non un ordigno, e che davanti alle auto sventrate non ha avuto nulla da ridire. Il gip parla di dichiarazioni fumose e di ricostruzione inverosimile, e lo lascia a Rebibbia. Mah.   La bomba non lo ha protetto. Lo ha disarmato. Sospetti sulla vittima, chat private sui giornali, e alla maggioranza servita su un piatto la testa che chiedeva da anni.   Se questo era il piano ha funzionato. Solo che non era il piano di Lavitola, almeno a sentire lui.   La domanda quindi non è chi ha acceso la miccia. Quello lo stabilirà il processo. La domanda è la più vecchia del mondo: a chi giova.   Io non lo so. So leggere i risultati.
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Cinque donne. In dodici mesi, cinque. Nessun uomo.   Le prime due le hanno cacciate e l’hanno chiamata promozione. La terza è passata al privato. La quarta è tornata dal marito malato. La quinta, ieri, è tornata dai figli.   Karoline Leavitt, ventotto anni. A dicembre ringraziava Trump e Susie Wiles per l’ambiente amico della famiglia costruito alla Casa Bianca. Tre mesi dopo il parto scrive che non riesce a essere la madre che i suoi due bambini meritano.   Rileggetela, quella frase. Non ha scritto che il lavoro è disumano. Non ha scritto che il capo ad aprile le aveva dato della incapace davanti a tutti. Ha scritto che la sbagliata è lei.   Questo è il punto. Non il licenziamento, la confessione. Il patriarcato che funziona non ti caccia, ti convince. Ti mette addosso una colpa che non passa mai, la colpa verso i figli, e aspetta. Poi quando molli ti ringrazia commosso davanti a tutti e mette un uomo alla tua scrivania. Cinque volte su cinque.   Vannacci vende la stessa merce con meno diplomazia. Le donne al loro posto, la famiglia naturale, il resto è ideologia. Voi ridete delle sue medaglie. Io guardo Washington e vedo il modello già in funzione, con i sondaggi favorevoli.   L’articolo 51 dice parità di accesso agli uffici pubblici. Non dice istinto materno. Ma nessuna Corte annulla una dimissione volontaria, e loro lo sanno. Per questo non serve toccare la Costituzione. Basta rendere insostenibile restare.   Non torna con gli stivali e il manganello. Torna con un post commosso e la parola famiglia scritta in maiuscolo.
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