il dolore non è necessario, come giustamente sostiene una persona a me cara. ma attraversarlo nelle varie forme in cui mi si è presentato, mi ha permesso di comprendere chi sono e di trovare la forza di spezzare quella tremenda inerzia che è la rassegnazione emotiva.
in questi ultimi anni ho compreso dell’amore, della cura e dell’esistenza più che in una vita trascorsa a seguire per inerzia ciò che società e morale prescrivevano. forse si scopre chi si è davvero solo quando si distingue ciò che si ama da ciò che si è imparato a dover amare.
ho sempre avuto un rapporto intimo col dolore. come i gatti, quando soffro mi rintano e resto solo. è così che ho imparato a scavare dentro di me e, forse, anche a comprendere meglio la sofferenza degli altri e rispettarla.
tutto muta, spesso mentre siamo occupati a sopportare il peso ordinario dell’esistenza. ciascuno attraversa le proprie fragilità, cercando un equilibrio nella fatica quotidiana. forse la forma più alta d’intelligenza non è resistere al cambiamento, ma imparare ad abitarlo.
il privilegio di svolgere un lavoro che non mi annoia, che stimola il mio intelletto, insieme a persone con cui sto bene e con una buona dose di libertà, non cancella le contraddizioni del capitalismo. ma mi permette, almeno in parte, di non esserne schiacciato.
















