Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli) header
Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli) profile picture

Content Creator, Storyteller, Divulgatore, Speaker, Youtuber. Tratto Creatività, Idee & Madness.

Trieste, Italy
Joined September 2014
Photo by Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli)Photo by Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli)Photo by Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli)Photo by Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli)Photo by Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli)Photo by Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli)Photo by Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli)Photo by Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli)Photo by Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli)Photo by Mick Odelli (Just Mick) (@mickodelli)
«Come va?» «Di corsa.» Ci avete mai fatto caso? Lo diciamo con il sospiro, ma sotto sotto c'è un filo di orgoglio. Qualche anno fa tre ricercatrici, Silvia Bellezza, Neeru Paharia e Anat Keinan, hanno provato a misurarlo. A un gruppo di persone hanno fatto leggere la descrizione di qualcuno che lavora tantissimo e non ha mai un minuto libero, a un altro gruppo quella di qualcuno con una vita più rilassata. Poi hanno chiesto di giudicarne lo status. Gli americani non hanno avuto dubbi: quello sempre occupato sembrava più importante, più richiesto, più in alto. Un secolo fa funzionava al contrario. Chi poteva permetterselo ostentava il tempo libero, e le giornate a non fare niente erano il vero segno di ricchezza. Oggi il simbolo è l'agenda piena. La parte che mi fa sorridere è che nello stesso studio gli italiani erano l'eccezione: da noi faceva ancora più status la vita rilassata. Poi però apro WhatsApp e trovo dieci vocali che iniziano con «scusa, sono incasinatissimo». Mmh. Io per primo, eh. Quando qualcuno mi dice «rallenta», la mia prima reazione è difendere il mio essere di corsa, come se fosse una medaglia. Voi, la prossima volta che vi chiedono come va, cosa rispondete? Nella newsletter di questa settimana parto da qui per parlare di cosa succede quando corriamo senza sapere bene verso dove. Se ve la siete persi la trovate qui: mickodelli.com/archivio-news… Se volete iscrivervi alla newsletter lo fate da qui: mickodelli.com/newsletter
4
62
Le novità corrono. L'importante è scegliere dove vogliamo arrivare.
1
24
Le novità corrono. L'importante è scegliere dove vogliamo arrivare.
21
In un mondo che normalizza la menzogna, mantenere il pensiero critico e affermare i fatti diventa un atto di ribellione.
21
Le domande sul senso della vita hanno un'abitudine molto precisa: non si presentano mai mentre siamo nel pieno di un progetto o stiamo facendo qualcosa di interessante. Scelgono la domenica alle 18:00. O la macchina nel parcheggio sotto casa, a motore già spento. Arrivano gratis, senza che nessuno abbia chiesto il riepilogo degli ultimi 5 anni. Quando succede, pensiamo di essere molto profondi. In realtà, stiamo solo sperimentando un problema di banda larga. Nel 1975, lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi ha studiato il cosiddetto stato di FLOW (il flusso) con un metodo semplice ma geniale: dava alle persone un cicalino che suonava a caso durante la giornata, chiedendo loro di appuntare lì per lì cosa stessero facendo e come si sentissero. Ha scoperto una cosa fondamentale: quando siamo completamente assorbiti da un'attività — in particolare quando il livello di sfida è appena sopra le nostre capacità — si spegne la voce interiore che tiene il registro di noi stessi. Quella che ci chiede se stiamo diventando qualcuno o se tutto questo abbia un senso. Quella voce tace per un motivo meccanico: la nostra attenzione ha una capienza. Se l'attività la occupa tutta, la crisi esistenziale resta fuori dalla porta per mancanza di spazio. Quindi, quella domanda non misura quanto siamo profondi o quanto la nostra carriera sia sbagliata. Misura semplicemente quanto spazio vuoto abbiamo intorno in quel momento. Nel mio nuovo video su YouTube ho approfondito questo meccanismo. Lo trovate qui: youtu.be/1PXduEW6a50
3
34
I nostri desideri, le nostre paure e le nostre convinzioni modificano il modo in cui giudichiamo gli altri e le situazioni.
1
29
"Scegli un lavoro che ami e non lavorerai un giorno in vita tua." L'abbiamo letta su mille tazze motivazionali e muri di open space. La attribuiamo a Confucio (che in realtà non l'ha mai detta: la prima traccia scritta è su una rivista di informatica del 1985 su come trattenere i dipendenti, ma questa è un'altra storia). Il problema vero è un altro: la passione non ci salva dal burnout. Anzi, spesso ci fa arrivare prima. Nel 2020, uno studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology ha dimostrato una dinamica molto scomoda. I ricercatori hanno chiesto alle persone di giudicare situazioni di lavoro tossiche: ore extra non pagate, mansioni che non c'entrano nulla col proprio ruolo. Il risultato? Le stesse identiche richieste venivano giudicate molto più "legittime" quando il lavoratore veniva descritto come appassionato del proprio mestiere. Come se il piacere di fare quel lavoro fosse un acconto versato in anticipo. Solo che quell'acconto non lo versa nessuno. Esiste solo nella testa di chi ci sta chiedendo di abbassare il preventivo dicendo: "Senti, ma in fondo tu queste cose le fai per passione, no?". All'idraulico nessuno chiede lo sconto per l'amore verso i sifoni. Si chiede la fattura. Quando trasformiamo la cosa che amiamo nel nostro mestiere, rischiamo di perdere il nostro posto sicuro. Quello in cui rifugiarci la sera quando la giornata è andata storta. Nel nuovo video sul canale ho provato a mettere in fila questi pezzi: dall'effetto di sovragiustificazione al perché fondere la nostra identità con la partita IVA o il contratto di lavoro è una trappola perfetta. E, soprattutto, come fare a proteggere almeno una delle cose che amiamo, tenendola rigorosamente fuori dalla produzione. Qui il video: youtu.be/ggDuMBfaxbA Vi lascio con una domanda (la stessa che uso io per fare un check-up a me stesso): se domani il vostro lavoro sparisse di colpo, cosa fareste un giovedì sera alle 21 per il puro gusto di farlo?
1
25
Spesso restiamo fermi ad aspettare risposte, occasioni o momenti perfetti, dimenticando che il futuro non porta nulla con sé se non siamo noi a riempirlo di azioni. Su questo tema ho creato un percorso che lavora con l’unica cura contro la procrastinazione: l’azione. Un protocollo brutale per smettere di pensare e iniziare a fare. Si chiama FALLO! e lo trovi qui: mickodelli.com/fallo.html
34
In questo preciso momento, per un ex socio, un collega o un cliente, tu sei il cattivo della storia. E la cosa pazzesca è che sono convinti di avere ragione con la stessa identica forza con cui ne sei convinto tu. Siamo pessimi testimoni di noi stessi, e tra i vari studi a riguardo, uno del 2014 guidato dallo psicologo Constantine Sedikides lo dimostra in modo quasi comico. I ricercatori sono entrati in un carcere inglese e hanno chiesto ai detenuti di confrontarsi con il "cittadino medio". Il risultato? Su quasi tutte le voci (onestà, gentilezza, affidabilità) si sono giudicati sopra la media. Su una sola voce non si sono messi sopra, ma "nella media": il rispetto della legge. Gente che stava scontando una condanna si sentiva rispettosa della legge quanto chi quella mattina aveva accompagnato i figli a scuola o il cane a psiciare. Se l'illusione del "comunque io sono dalla parte dei giusti" tiene botta perfino dentro una cella, capite bene che la nostra sensazione di avere ragione al 100% durante una riunione o in una lite aziendale non vale assolutamente niente come prova. In psicologia si chiama asimmetria attore-osservatore: quando sbaglio io, la colpa è del contesto (il mercato, i ritardi, la stanchezza). Quando sbagli tu, la colpa è tua (sei approssimativo, non sai lavorare). Io ho un contesto, tu hai un carattere. Ma allora come se ne esce prima di buttare all'aria anni di lavoro insieme? L'unico modo per capire chi ha davvero torto non si sente da dentro, ma richiede di cambiare poltrona. Ne parlo in modo più approfondito nel mio nuovo video su YouTube. Dentro trovate anche un esercizio fastidiosissimo di 2 minuti che serve proprio a sbloccare queste situazioni quando nessuno dei due vuole cedere. Ci vediamo qui: youtu.be/ktAdXi8nb0s
1
52
Le riunioni senza obiettivo non sono un lusso da evitare. Sono infrastruttura. Esco da una video call di 40 minuti. Zero agenda, zero deliverable, zero follow-up. Nella logica aziendale, quella call non esiste. Non è tracciata, non ha un OKR di riferimento, nessun KPI la giustifica. Se la mettessi in un timesheet, qualcuno mi chiederebbe di cosa abbiamo parlato. E la risposta sarebbe: “Di un po’ di tutto. Di niente in particolare.” Ecco, quella risposta lì — nella cultura della produttività — è una confessione di colpa. Microsoft ha condotto uno studio su 61.000 dipendenti durante il passaggio al remote. Il dato che mi ha colpito di più: la comunicazione cross-team è calata del 25%. I cosiddetti “legami deboli” — interazioni con persone fuori dal proprio team diretto — sono diminuiti del 21%. Le reti collaborative sono diventate più isolate, più circolari, più autoreferenziali. E qui c’è il punto che manca in quasi tutte le discussioni sulla produttività: quelle interazioni “casuali” non sono tempo perso. Sono l’infrastruttura nascosta dell’innovazione. Granovetter lo aveva dimostrato già nel 1973: le idee che cambiano la direzione di un’azienda non arrivano dal team con cui lavori ogni giorno. Arrivano dai bordi — da conversazioni impreviste con persone che stanno risolvendo problemi diversi dai tuoi, in contesti diversi, con strumenti diversi. Sono ponti verso informazioni che nel tuo cerchio semplicemente non circolano. Nella pratica, cosa significa? Che la prossima volta che qualcuno del team dice “ho fatto una call con X, non c’era un motivo preciso, ci siamo aggiornati” — quel momento lì non è inefficienza. È esplorazione. Ed è la materia prima delle idee che arriveranno tra una settimana, un mese, tre mesi. Il problema è che non le misuriamo. Non le tracciamo. Non le riconosciamo come lavoro. E così facendo, le eliminiamo progressivamente — a favore di riunioni con agenda, con minutaggio, con outcome definiti. Riunioni che sono perfette per l’esecuzione ma sterili per l’immaginazione. Una ricerca su Google e Harvard ha mostrato che incoraggiare le “watercooler conversations” tra dipendenti di team diversi ha aumentato sia la collaborazione cross-funzionale sia il numero di idee effettivamente implementate. Non il numero di idee generate — il numero di quelle portate a termine. Il punto non è abolire le riunioni strutturate. È smettere di pensare che siano l’unico tipo di interazione che conta. Se gestite un team, chiedetevi: quante conversazioni “inutili” succedono nella vostra settimana? Se la risposta è zero — il problema non è che siete efficienti. È che avete seccato il terreno. Ho appena pubblicato un nuovo video su YouTube dove ne parliamo più in profondità. Lo trovate qui: youtu.be/5CQ4TwK_jxo
38
Cosa voglio fare, cosa posso fare e di cosa gli altri hanno bisogno. Se queste tre variabili si allineano, hai tra le mani un'ottima strada da esplorare.
44
Un killer silenzioso ma diffuso nei team non è sempre l'incompetenza. Non è nemmeno la mancanza di risorse. È la paura di creare tensione. E qui si nasconde un paradosso: i team che ci sembrano più "sani" — quelli dove non si alza mai la voce, dove il clima è apparentemente idilliaco — sono spesso gli stessi in cui i veri problemi non vengono mai affrontati. La cortesia sistematica crea un ambiente dove nessuno ha il coraggio di dire al cuoco che "il risotto è troppo salato". E così il risotto resta salato. Mese dopo mese, cliente dopo cliente. Nel 2015, Google ha lanciato il Project Aristotle, analizzando oltre 180 team per capire cosa li rendesse davvero efficaci. La risposta non era la seniority o il talento tecnico. Era una cosa sola: la sicurezza psicologica. Ovvero, la certezza di poter dire "questo non funziona" senza passare per il guastafeste o temere ritorsioni. Viceversa, la serenità nel sapere che dall’altra parte hai qualcuno di sincero e trasparente. La sicurezza psicologica non significa essere sempre gentili. Al contrario: è la libertà di essere onesti sapendo che l'altro non lo interpreterà come un attacco personale. È ciò che separa un gruppo di persone che sorride da una squadra che funziona. Senza un feedback interno sincero, il team opera alla cieca. Prende decisioni su assunzioni mai verificate e si autoconvince che vada tutto bene, finché il sistema non crolla. In ingegneria si chiamano feedback loops: un termostato senza il sensore della temperatura continua a scaldare finché non incendia la stanza. Noi non siamo molto diversi. La vera domanda per chi fa parte di un gruppo, o lo guida, non è: "Come do un feedback senza ferire nessuno?". Questa domanda presuppone che il feedback sia un problema. La domanda giusta è: "Cosa stiamo perdendo perché qualcuno ha paura di dire la verità?" Che non è una scusa per essere stronzi o arroganti. Dai, voglio sperare che non ci sia bisogno di precisarlo. Ecco 3 cose che ho visto funzionare nei team che usano il feedback come vero vantaggio competitivo: Feedback sul processo, non sulla persona. Dire "Sei lento" crea solo chiusura. Dire "Questo processo di revisione aggiunge 3 giorni, come lo eliminiamo?" sposta il focus: da un giudizio personale a un'osservazione sistemica. E si collabora per risolvere. Chiedere feedback prima di darlo. Se chi guida chiede "Cosa posso fare meglio?", normalizza la pratica e abbassa le difese di tutti. Fa capire che parlare è un'azione permessa e sicura. Tolleranza zero per la "gentilezza cosmetica". I "bel lavoro!" generici servono a poco. Se qualcosa funziona, bisogna dire COSA ha funzionato e PERCHÉ. Il complimento vuoto è il gemello pigro del silenzio: nessuno dei due porta informazioni. Il team migliore non è quello dove tutti sorridono sempre. È quello in cui qualcuno può dire "il risotto è troppo salato", e chi ha cucinato risponde: "grazie, ci lavoro". Che ne pensate? 📹 Ci ho fatto un episodio su YouTube su questo tema, dove andiamo in profondità. Lo trovate qui: youtu.be/6ocIPzmA6ak
1
62
Non c’è confronto. Che ne pensate?
47
Abbiamo la conoscenza del mondo in tasca e l'AI non fa che amplificare tutto questo a dismisura. Oggi la vera differenza la fa il metodo. La capacità di ingegnerizzare i propri processi mentali, organizzare le idee a compartimenti stagni e passare all'esecuzione. Se sei iper specializzato, è tempo per un po' di sano istinto di sopravvivenza. Fatti la domanda scomoda: la mia specializzazione sarà ancora richiesta tra cinque anni? Se invece hai un approccio orizzontale fai si che non diventi un alibi per stare fermi. In un periodo in cui nessuno sa con certezza in che direzione stiamo andando (e diffida da chi dice il contrario), l'unica mossa davvero sicura è sperimentare. E per farlo devi eliminare il tuo più grande limite che è il perfezionismo. Il perfezionismo ti incastra in un iperfocus paralizzante su un singolo dettaglio e ti toglie lo zoom out, facendoti perdere la visione generale delle cose. Proprio ora che avere una visione d'insieme è l'unica cosa che conta davvero.
1
53
L'azione batte sempre i pensieri.
34
Perché i team migliori a volte producono meno dei team mediocri? Esco da una riunione brillante. Persone giuste al tavolo, idee geniali, la sensazione di fare qualcosa di importante. Poi torno a casa, provo a fare la lista di cosa era stato effettivamente deciso e la lista è vuota. Succede di continuo: i team mediocri hanno poche idee, il che porta a decisioni rapide. I team eccellenti ne hanno troppe. Si crea un paradosso: più talento al tavolo = più opzioni = analysis paralysis di gruppo. (Un po' come al ristorante con 200 piatti: alla fine ordini la carbonara perché almeno quella la conosci). La scienza lo spiega con la Symbolic Self-Completion: quando un team dichiara un'intenzione ("facciamo questo progetto!") e riceve validazione sociale ("grande idea!"), il cervello lo registra come un risultato già raggiunto. Tradotto: il brainstorming ci dà la stessa soddisfazione chimica del lavoro finito. Se ci aggiungiamo che oggi il costo della comunicazione è zero (Whatsapp, call, vocali infiniti), il disastro è servito: parliamo tantissimo, decidiamo poco, e non ce ne accorgiamo. Ho visto 3 cose fare una differenza concreta nelle organizzazioni: 1. La regola del "Chi fa cosa, per quando" Ogni incontro deve finire con 3 colonne: COSA, CHI, ENTRO QUANDO. Se ne manca una, l'idea non esiste. 2. Non svuotare il serbatoio Emerge un'idea nuova non critica? Parcheggiala. Ridurrai il rischio di pronunciare la frase più pericolosa della storia aziendale: "Già che ci siamo, parliamo anche di quest'altra cosa". 3. Implementation Intentions (Il "Quando-Allora") Invece del vago "Dobbiamo migliorare l'onboarding", passa a: "QUANDO arriva un nuovo membro, ALLORA persona X lo contatta entro 24h". L'ambiguità è il terreno dove le buone strategie muoiono in silenzio. La prossima volta che esci da un incontro con la bella sensazione del "abbiamo fatto un gran lavoro", fatti una domanda onesta: abbiamo davvero prodotto qualcosa, o ci siamo solo sentiti bene a parlarne? Questa settimana ne parlo da un angolo più personale in questo video: youtu.be/EXLG97Fsp-8
33
Nessuno sa. E l'industria della certezza ci sta fregando. Un economista con una newsletter da 400.000 lettori ha scritto la frase più onesta del 2026: "Non so cosa dire ai giovani." Noah Smith — Noahpinion — ha pubblicato "The future isn't what it used to be", un pezzo che dovrebbe essere lettura obbligatoria per chiunque faccia recruiting, formazione, orientamento professionale. La tesi non è "l'AI ci ruberà il lavoro". È forse peggio: l'AI ha reso strutturalmente impossibile pianificare una carriera a cinque anni. L'FMI stima che il 40% dei lavori globali sarà impattato dall'AI. Nelle economie avanzate, il 60%. McKinsey: 57% ore lavorative US automatizzabili. Ma il dato più brutale viene da Anthropic, con un suo studio interno: ha dato a un gruppo di ingegneri l'AI come assistente e a un altro gruppo niente. Il gruppo che ha usato l'AI ha preso il 17% in meno nei test sulle competenze appena apprese. Lo strumento che dovrebbe renderci più produttivi ci sta rendendo meno capaci di imparare cose nuove. Il lavoro non scompare. Muta. Le skill richieste cambiano il 66% più velocemente (PwC). Chi ha le skill giuste guadagna il 56% in più. Ma il treno cambia binario ogni sei mesi. Cosa significa per chi assume e per chi viene assunto? Investite in persone che sanno imparare, disimparare e reimparare — non in skill verticali che scadono ogni 18 mesi. Non cercate chi "sa usare l'AI". Cercate chi sa capire quando l'AI sbaglia. Nessuno sa. Non io, non voi, non Noah Smith, non gli ingegneri di Anthropic. E chi vi dice il contrario vi sta vendendo l'equivalente intellettuale di un ombrello di carta sotto un temporale. Se questo post vi ha fatto pensare, è appena uscito un mio nuovo video su YouTube legato a questo tema, dove andiamo in profondità. Lo trovate qui: youtu.be/-LaSaZVelh0
25
🔴 RESET il nuovo laboratorio su base scientifica che tratta di percezione, scelte, relazioni e molto altro (con scambi e domande). 20-21 giugno a Bologna. Prendi ora il tuo ticket, ultimi posti: mickodelli.com/reset/
17
Più pensiero, meno opinioni prefabbricate. Il vero valore sta nel viaggio intellettuale, non nel comfort della destinazione. Scegliamo il disagio del pensiero. 🔴 RESET il nuovo laboratorio su base scientifica che tratta di percezione, scelte, relazioni e molto altro (con scambi e domande). 20-21 giugno a Bologna. Fuori ora i ticket, posti limitati: mickodelli.com/reset/
7