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A proposito di una figura responsabile dell'area tecnica del #Milan ho buttato giù qualche considerazione.
In #SerieA un allenatore dura in media 10,9 mesi. In Inghilterra 29. In Germania 23. Tre allenatori su quattro, da noi, cambiano ogni stagione. Non è una statistica sulla pazienza dei presidenti: è una statistica sull'assenza di architettura. Quando un club non ha una struttura che sopravvive all'allenatore, l'allenatore diventa l'unico fusibile disponibile, e si brucia.
Dopo il cambio di un allenatore c'è un rimbalzo di qualche partita, poi la squadra torna esattamente dove il suo budget e la sua rosa la collocano.
Quello che secondo me porterebbe maggiori vantaggi non sarebbe quindi l'inserimento di un uomo mercato, ma la costruzione di un architettura dentro un sistema.
Il proprietario di un club non ha, generalmente, per formazione e carriera, l'occhio tecnico-calcistico. Non è un difetto: è un dato. Il problema nasce quando quel vuoto viene colmato nel modo sbagliato.
Gli studi di economia del calcio mostrano che il monte ingaggi da solo spiega circa il 90% della classifica finale su un periodo lungo: chi paga di più i giocatori, in media, arriva più in alto, mentre la spesa in cartellini pesa molto meno. Il budget decide quindi dove un club "dovrebbe" arrivare; la qualità della struttura decisionale decide se ci arriva davvero, o se finisce sopra o sotto quella soglia.
Il primo errore è tenersi tutto: il proprietario che decide acquisti, cessioni ed esoneri senza avere gli strumenti per valutarli. È il modello che ha prodotto i grandi fallimenti recenti del calcio europeo, quelli da un miliardo speso e zero trofei. Il secondo errore è consegnare le chiavi a un solo uomo e sparire: funziona finché quell'uomo è bravo e resta, e crolla il giorno in cui se ne va.
Per come la vedo io esisterebbe una via alternativa: una figura ponte, il cosiddetto Head of Football, che riporta al proprietario, lavorando al fianco dell'allenatore e aggiunge al sistema esattamente la competenza che manca: la capacità di leggere il calcio, tradurla in decisioni di mercato e proteggerla dalle emozioni dei risultati.
Un architetto del modello sportivo, con tre caratteristiche non negoziabili:
1. Occhio tecnico reale, maturato sul campo o nello scouting, non solo nei bilanci.
2. Fluidità con dati e finanza, perché deve parlare la lingua della proprietà oltre che a quella dello spogliatoio.
3. deve aver già costruito un modello che ha prodotto risultati e plusvalenze per più anni, in più cicli di allenatori. La cosiddetta esperienza comprovata.
C'è una cosa che normalmente i club non fanno e che potrebbero implementare: alcune tipologie di contratti impostati su durata ed obbiettivi in cicli sfalsati.
Mi spiego:
Durata -> Alla figura ponte darei un contratto di tre anni più due di opzione. All'allenatore un triennale. Ma i due cicli non devono coincidere: la figura ponte deve sopravvivere a un eventuale cambio di allenatore, altrimenti a ogni esonero si azzera anche la memoria del club.
Obiettivi -> Spesso le classifiche sono bugiarde e non dovrebbero essere l'unico indice di valutazione. Ce ne sono altri che si avvicinano maggiormente alla verità:
- I punti attesi (xPts): quanti punti la squadra avrebbe meritato in base alle occasioni create e concesse. Dice se la squadra gioca bene anche quando perde.
- Valore della rosa: il patrimonio calcistico cresce o si consuma?
- Minuti ai giovani: il club produce o compra soltanto?
- Plusvalenze e hit-rate degli acquisti: quanti giocatori comprati si sono rivelati investimenti giusti?
Il principio dei tre anni. Salvo rottura irrecuperabile dello spogliatoio, l'allenatore non si tocca prima della fine del secondo anno pieno. Non è generosità: è matematica. I dati dicono che l'alternativa non funziona.
Il meccanigramma: chi fa cosa, e con quali competenze.
Un organigramma dice chi comanda. Un meccanigramma dice come funziona il sistema: quale ruolo esiste per fare cosa, con quali competenze, su quale orizzonte di tempo. Ecco quello che disegnerei.
Proprietà: deve possedere la filosofia e il capitale, approvare il budget e il piano pluriennale, nominare le prime linee, decidere le operazioni straordinarie, e non scegliere i giocatori.
Competenze: visione, disciplina di governance, capacità di delegare senza abdicare.
Amministratore delegato: deve gestire l'azienda-club relativamente a ricavi, stadio, marchio, rispetto delle regole finanziarie e tradurre la visione in numeri sostenibili. L'orizzonte temporale dovrebbe consolidarsi in 3-5 anni.
Competenze: management d'impresa, finanza, negoziazione.
Head of football (la figura ponte): deve saper progettare e custodire il modello sportivo, la filosofia di gioco, il mercato, il settore giovanile, la struttura dello staff, scegliere e valutare l'allenatore. Dovrebbe tenere insieme proprietà e campo.
Orizzonte: 3-5 anni.
Competenze: occhio tecnico, dati, finanza, leadership, conoscenza dei mercati internazionali.
Direttore sportivo / responsabile scouting: deve tradurre il modello in liste di obiettivi concreti, gestire la rete degli osservatori, preparare le trattative e proporre, ma non decidere.
Orizzonte: 1-3 anni. Competenze: analisi tecnica, dati, relazioni con club e intermediari.
Allenatore: deve governare le prestazioni (allenamento, formazione, gestione dello spogliatoio), definire il profilo tecnico dei giocatori che gli servono, la scelta dei nomi non dovrebbe competergli, ma a seconda del livello dell'allenatore potrebbero esserci delle eccezioni. Per un club sarebbe piu cauto lasciare le scelte finali in mano all'Head of football, a patto che riesca a soddisfare le caratteristiche richieste dell'allenatore.
Responsabile area performance e medica: salute, prevenzione, carichi di lavoro, rientri dagli infortuni. Per come la vedo io dovrebbe essere assunto dal club, non dall'allenatore, e resta quando l'allenatore cambia.
Orizzonte: pluriennale.
Competenze: medicina sportiva, scienza della prestazione, lettura dei dati fisici.
Responsabile del settore giovanile: produce giocatori per la prima squadra e valore per il bilancio. Lavora sul tempo più lungo di tutti. Orizzonte: 5-10 anni.
Competenze: sviluppo del talento, pedagogia, gestione.
Responsabile dati e analisi: deve fornire evidenza a tutte le decisioni su mercato, avversari, e saper valutare le scelte fatte. Non deve decidere, ma rendere le decisioni misurabili.
Orizzonte: continuo.
Competenze: scienza dei dati, modelli predittivi, capacità di tradurre numeri in linguaggio di campo.
La matrice delle deleghe
Il cuore del sistema è un documento che nel calcio quasi nessuno scrive: la matrice delle deleghe (in gergo delegation of authority matrix). È una tabella che assegna ogni decisione a un unico responsabile, dice chi va consultato, chi va informato e cosa succede in caso di disaccordo. Sembra burocrazia. È l'esatto contrario: elimina le zone grigie in cui i club si logorano. (vedi immagine)
Regola di escalation
Ogni disaccordo tra allenatore e head of football sale al proprietario solo dopo un tentativo documentato di risolverlo tra loro. Le decisioni sopra una certa soglia economica salgono all'AD e alla proprietà. Il proprietario mantiene il controllo strategico; la figura ponte governa il modello; l'allenatore comanda sul campo.
Il modulo permanente e il modulo transitorio
Ogni club ha un modulo permanente: preparatori, medici, analisti, scout, responsabili del vivaio. È la memoria del club, il suo sapere accumulato su ogni giocatore, ogni infortunio, ogni scelta di mercato. E ha un modulo transitorio: il vice allenatore, i collaboratori tattici, chi arriva e riparte con l'allenatore.
Da noi l'allenatore porta il suo staff intero, dal preparatore atletico al nutrizionista. Quando viene esonerato, si porta via tutto: dati, protocolli, conoscenza dei giocatori. Il club riparte da zero ogni dieci mesi. Se fossi il proprietario, metterei a libro paga del club tutto il modulo permanente e lascerei all'allenatore solo il transitorio. Non è una limitazione dell'allenatore: è la garanzia che il suo lavoro non venga cancellato dal successore.
Tre pratiche sottoutilizzate
1. Il piano di successione.
Nelle grandi aziende esiste sempre un successore pronto per l'amministratore delegato. Nel calcio prepararlo è visto come un tradimento. Eppure i club che hanno gestito meglio i cambi di panchina sono quelli che avevano già identificato il profilo successivo, coerente con il modello, prima che servisse. Lo formalizzerei come routine della figura ponte, non come segreto.
2. La revisione delle decisioni.
In finanza si riesaminano gli investimenti, in medicina si riesaminano i casi, nel calcio sono molto pochi quelli che riaprono il dossier di un acquisto sbagliato per capire cosa non aveva funzionato nella valutazione. È scomodo perché espone chi ha deciso. Ma senza questo non c'è apprendimento, solo fortuna e sfortuna. Istituirei un registro delle decisioni con il razionale scritto prima, e una revisione dopo, condotta dall'area dati.
3. Il livello psicometrico.
Il calcio seleziona giocatori guardando gambe, dati fisici e statistiche di gioco. Quasi nessuno misura in modo strutturato ciò che decide davvero la tenuta di un investimento da decine di milioni: come quel giocatore regge la pressione, come apprende, come si inserisce in un gruppo, se il suo profilo comportamentale è compatibile con l'allenatore che lo dovrà gestire. Alcune federazioni e alcuni club lo fanno per i giovani; quasi nessuno lo applica alla prima squadra, e nessuno lo usa per verificare il fit tra allenatore, direttore e rosa. Aggiungerei questo livello come strato ulteriore, non sostitutivo, dell'occhio dello scout (è esattamente il lavoro della mia società: assessment psicometrico applicato allo sport, per misurare ciò che il video e le statistiche non vedono e ridurre il rischio delle decisioni su persone).
In sintesi
Se fossi il proprietario, farei sei cose, in quest'ordine:
1. Nominerei una figura ponte con occhio tecnico, competenza sui dati e un track record di continuità, con contratto triennale sfalsato rispetto a quello dell'allenatore.
2. Scriverei la matrice delle deleghe e la farei firmare a tutti.
3. Legherei i contratti a indicatori di processo, non solo alla classifica.
4. Metterei il modulo permanente a libro paga del club.
5. Istituirei piano di successione, registro delle decisioni e livello psicometrico.
6. Mi impegnerei a non toccare l'allenatore prima di due anni pieni, salvo rottura irrecuperabile.
Nessuna di queste cose richiede più soldi. Richiedono qualcosa di più raro nel calcio: la disciplina di costruire un sistema che funzioni anche quando le persone cambiano. È l'unico vantaggio competitivo che nessun avversario può comprare in una finestra di mercato.
##andrixx retweeted
Replying to @schism2675
Tu e mai capitato di dare un occhiata alla rosa? Se si, quanto pensi sia distante dall’essere una rosa composta per un modo di giocare che possa svilupparsi in modo organico per favorire cambi e rotazioni? Il lavoro su misura su tanti aspetti e va pesato su questi non solo in un qualcosa che prevede dei presupposti che però sono mancanti. Credo che sia necessario sforzarsi di guardare le cose nel loro insieme, e considerare il lavoro di un allenatore come un lavoro di sistema che prevede dei componenti per far girare un motore. Puntare il dito sempre e solo sull’allenatore è ormai una consuetudine che però si allontana da una valutazione fedele alla realtà delle cose.
Ripubblico questo post di Antonio, che considero uno dei pochi giornalisti bravi in circolazione: lavora con i dati e con il campo, e lo stimo davvero tanto. Lo ripubblico perché vorrei aggiungere un aspetto che credo sia di interesse comune, e che merita più di un commento in fondo a un thread.
Una premessa. La resa di un giocatore non dipende da come è fatto, e nemmeno dal contesto in cui lo metti: dipende dall'incontro tra le due cose. In psicologia dello sport è un punto consolidato, non un'opinione.
C'è quindi un aspetto che in queste analisi spesso non viene valutato, ma che pesa tanto quanto la tattica, ed è materia quotidiana di allenatori, direttori sportivi e direttori dell'area tecnica: le caratteristiche comportamentali e mentali del giocatore. Non solo cosa gli chiede la squadra, ma come lui, per come è fatto, reagisce a un certo tipo di difficoltà, di stimoli, di configurazione di gioco.
Un paio di numeri. Ramos al Milan tocca lo stesso numero di palloni che toccava al PSG, circa 38 ogni 90 minuti. Cambia dove li tocca: in area circa il 10% del totale, contro il 19% di media a Parigi (FotMob, 10 giornate). E il Milan non crea poco: è 5º per xG e 3º per grandi occasioni. Arriva poco in area, 11º per tocchi e 13º per passaggi nell'ultimo terzo, e quando ci arriva le occasioni finiscono a Rabiot, a Cissé, a chi si inserisce. Non al nove. In cinque giornate Ramos ha ricevuto sette cross in area. Il sistema produce, ma non per lui.
Faccio un esempio. Un attaccante con un'inclinazione precisa verso il lavoro in area, se non viene più sollecitato a fare quella cosa, col tempo perde stimoli. La differenza è sottile ma decisiva: ci sono impulsi che nascono dal giocatore in modo spontaneo, e impulsi che hanno bisogno del contesto per restare vivi. Se il gioco e i rifornimenti non continuano a sollecitarli, si spengono. Non perché il giocatore sia meno bravo, ma perché per lui quella capacità funziona così.
Da qui una distinzione che le heatmap non mostrano. C'è il giocatore che la situazione favorevole se la va a cercare, anche quando la squadra non gliela costruisce. E c'è il giocatore bravissimo ad approfittarne quando il contesto gliela offre, ma che in un contesto che non lo valorizza non riesce a compensare da solo. Non è una gerarchia di valore, è un profilo.
E qui viene spontanea una domanda: perché Ramos continua a venire incontro, se poi in area pesa la metà? Non la leggerei come un errore. Quando manca lo stimolo per cui sei fatto, un giocatore con un forte bisogno di stare dentro la partita va a cercarsi il pallone dove c'è. È una compensazione. E non è solo una richiesta del sistema: dopo l'Atalanta è stato Ramos stesso a dire che l'allenatore gli ha chiesto di stare più in area e di non uscire dalla sua zona. La tendenza è anche sua, e Amorim lo sa. Questo rafforza l'analisi di Antonio, non la contraddice: cercare il pallone a centrocampo e cercare la situazione favorevole in area sono due comportamenti diversi. Il primo è bisogno di coinvolgimento, il secondo è lettura e opportunismo. Se Ramos ha il primo e non il secondo, la heatmap si spiega meglio che con la sola generosità.
Se Ramos appartiene al secondo profilo, e dai dati sembra un'ipotesi ragionevole, le due domande del post cambiano peso. Lasciarlo venire incontro non gli costa solo lucidità in area: gli toglie la sollecitazione che tiene acceso il suo modo di stare in partita. E "limitarne le corse" da solo non basta, se poi in area il pallone continua a non arrivare.
Il punto quindi non è solo quanto il Milan deve aiutare Ramos, ma capire prima come Ramos funziona davanti a uno stimolo che manca. È una variabile misurabile, e senza quella la risposta su "quale Ramos conviene" resta a metà.
La differenza di heat-map tra Gonçalo Ramos al Milan (prima foto) e Gonçalo al PSG (la seconda). Al Milan, di fatto, è più presente entro la metà campo che oltre; al PSG, la zona più calda è quella del dischetto. I motivi? Tanti fattori.
È evidente che, in una fase in cui il Milan nell’ultimo terzo ci entra pochissimo (il Milan è 11º per tocchi in area, 13º per passaggi nell’ultimo terzo), il portoghese stia cercando di rendersi utile liberando spazi per i compagni con generosità, venendo incontro al pallone e giocando lontano dall’area. Ma, vuoi per i limiti della produzione offensiva del Milan, vuoi per il suo raggio d’azione, tocca la metà dei palloni in area che era solito toccare al PSG, e calcia anche la metà delle volte.
Un finalizzatore d’area, in una squadra che arriva poco come il Milan nell’ultimo terzo -criticità ammessa dallo stesso Amorim- faticherebbe a prescindere. Specie se, sulla trequarti, i giocatori capacità di servire un’imbucata e con spiccate capacità associative sono pochi. Da destra, poi, l’esterno a piede invertito fa le fortune dei centrocampisti che si inseriscono sul secondo palo, più che dei nove, e i cross da sinistra sono ancora pochi.
È evidente che Ramos stia svolgendo dei compiti che non sono del tutto suoi, nell’attesa dei progressi della squadra in rifinitura. Ma è fondamentale trovare un equilibrio: siamo sicuri che i benefici di questo approccio superino i costi? È davvero vantaggioso fargli sprecare corse e duelli in giro per il campo (aspetto in cui non eccelle nel corpo a corpo), liberando spazi per i compagni, ma sacrificando lucidità ed efficacia in area? O, al contrario, converrebbe limitarne le corse continue incontro al pallone, per renderlo una presenza più costante, lucida, in area di rigore?
Il Milan deve aiutare di più Ramos -questo è certo- ma occorre anche capire quale sia il miglior modo di rendere lo stesso Ramos utile alla causa.
Ho verificato le affermazioni di questo post su fonti ufficiali xAI (x.ai/news, docs.x.ai) e classifiche indipendenti. In breve: ha ragione sulle funzioni, sbaglia sui due giudizi principali. Thread.
Senza dubbio in questo momento Grok @bot è l’IA che mi sta stupendo di più. Eccelle in diversi ambiti ed è forse la migliore di tutte nella gestione della vita quotidiana, si fa carico di gran parte del lavoro, dalle mail alla memoria, dagli appuntamenti al coordinamento delle collaboratrici. Deve però ancora migliorare su aspetti piuttosto semplici, come la generazione di immagini, ma una volta superato questo ostacolo diventerà davvero imbattibile per l’uso dell uomo comune.
Sintesi: Grok è diventato un ottimo assistente quotidiano a basso costo, e su questo il post ha ragione. "Il migliore" e "le immagini sono il suo limite" sono le due affermazioni che i dati non reggono. Fonti nel post successivo.
Interessante articolo de "Il cruscotto" a proposito delle regole da dare agli agenti AI scritto da @waltergianno, che ringrazio per la citazione.
Una settimana fa Lucio Cocorullo @luciococoru mi ha chiesto se raccontando le regole dei miei agenti non svelassi troppo. @andrixx_code mi ha mandato il principio che ha cambiato l’impostazione di tutto, la tripla letale di Simon Willison @simonw.
Oggi è uscito il numero gratuito del Cruscotto che risponde a tutti e due. Le regole una per una, con gli episodi veri da cui sono nate: la mail di un #bot di notte, l’agente che si è fermato davanti a un login, la risposta uscita dall’account sbagliato. E cosa ho scoperto verificando il desk contro la tripla letale.
Una parte resta fuori ed è quella su come ci difendiamo. Lucio aveva ragione: quella non si racconta.
Il post: waltergianno.substack.com/p/…
@bot @GrokBotRadar
Quando scrissi questo articolo stavo programmando una Dashboard AI driven proprio per Head of Football e per Allenatori.
In questa è prevista la gestione dei dati psicometrici per poter lavorare proprio su quel 20% relativo agli aspetti psicologici, culturali e comportamentali.
Spesso si dice che il calcio non è per scienziati, ma è una semplificazione che trovo molto banale, perché la realtà dice che più hai controllo delle informazioni e più aumenti la possibilità di prendere decisioni migliori.
Continuo a ripetere che oggi, in relazione ai compiti richiesti, figure come Head of Football o allenatore non sono formate abbastanza. Hanno delle basi che spesso non riescono ad esprimere perché frenati dal non essere in grado di svolgere alcuni aspetti del mestiere, come negoziazione, comunicazione e gestione emotiva delle risorse.
Ai massimi livelli molte di queste cose sono già parte del workflow, ma rimane ancora una percentuale troppo piccola in rapporto al volume economico coinvolto.
Uno dei motivi per cui me la prendo spesso con chi dovrebbe raccontare questo sport è quello di mettere davanti alla sostanza tant’è inutili banalità per sopravvivere al proprio seguito senza avere il coraggio e la capacità di tracciare una linea nuova.
A proposito di una figura responsabile dell'area tecnica del #Milan ho buttato giù qualche considerazione.
In #SerieA un allenatore dura in media 10,9 mesi. In Inghilterra 29. In Germania 23. Tre allenatori su quattro, da noi, cambiano ogni stagione. Non è una statistica sulla pazienza dei presidenti: è una statistica sull'assenza di architettura. Quando un club non ha una struttura che sopravvive all'allenatore, l'allenatore diventa l'unico fusibile disponibile, e si brucia.
Dopo il cambio di un allenatore c'è un rimbalzo di qualche partita, poi la squadra torna esattamente dove il suo budget e la sua rosa la collocano.
Quello che secondo me porterebbe maggiori vantaggi non sarebbe quindi l'inserimento di un uomo mercato, ma la costruzione di un architettura dentro un sistema.
Il proprietario di un club non ha, generalmente, per formazione e carriera, l'occhio tecnico-calcistico. Non è un difetto: è un dato. Il problema nasce quando quel vuoto viene colmato nel modo sbagliato.
Gli studi di economia del calcio mostrano che il monte ingaggi da solo spiega circa il 90% della classifica finale su un periodo lungo: chi paga di più i giocatori, in media, arriva più in alto, mentre la spesa in cartellini pesa molto meno. Il budget decide quindi dove un club "dovrebbe" arrivare; la qualità della struttura decisionale decide se ci arriva davvero, o se finisce sopra o sotto quella soglia.
Il primo errore è tenersi tutto: il proprietario che decide acquisti, cessioni ed esoneri senza avere gli strumenti per valutarli. È il modello che ha prodotto i grandi fallimenti recenti del calcio europeo, quelli da un miliardo speso e zero trofei. Il secondo errore è consegnare le chiavi a un solo uomo e sparire: funziona finché quell'uomo è bravo e resta, e crolla il giorno in cui se ne va.
Per come la vedo io esisterebbe una via alternativa: una figura ponte, il cosiddetto Head of Football, che riporta al proprietario, lavorando al fianco dell'allenatore e aggiunge al sistema esattamente la competenza che manca: la capacità di leggere il calcio, tradurla in decisioni di mercato e proteggerla dalle emozioni dei risultati.
Un architetto del modello sportivo, con tre caratteristiche non negoziabili:
1. Occhio tecnico reale, maturato sul campo o nello scouting, non solo nei bilanci.
2. Fluidità con dati e finanza, perché deve parlare la lingua della proprietà oltre che a quella dello spogliatoio.
3. deve aver già costruito un modello che ha prodotto risultati e plusvalenze per più anni, in più cicli di allenatori. La cosiddetta esperienza comprovata.
C'è una cosa che normalmente i club non fanno e che potrebbero implementare: alcune tipologie di contratti impostati su durata ed obbiettivi in cicli sfalsati.
Mi spiego:
Durata -> Alla figura ponte darei un contratto di tre anni più due di opzione. All'allenatore un triennale. Ma i due cicli non devono coincidere: la figura ponte deve sopravvivere a un eventuale cambio di allenatore, altrimenti a ogni esonero si azzera anche la memoria del club.
Obiettivi -> Spesso le classifiche sono bugiarde e non dovrebbero essere l'unico indice di valutazione. Ce ne sono altri che si avvicinano maggiormente alla verità:
- I punti attesi (xPts): quanti punti la squadra avrebbe meritato in base alle occasioni create e concesse. Dice se la squadra gioca bene anche quando perde.
- Valore della rosa: il patrimonio calcistico cresce o si consuma?
- Minuti ai giovani: il club produce o compra soltanto?
- Plusvalenze e hit-rate degli acquisti: quanti giocatori comprati si sono rivelati investimenti giusti?
Il principio dei tre anni. Salvo rottura irrecuperabile dello spogliatoio, l'allenatore non si tocca prima della fine del secondo anno pieno. Non è generosità: è matematica. I dati dicono che l'alternativa non funziona.
Il meccanigramma: chi fa cosa, e con quali competenze.
Un organigramma dice chi comanda. Un meccanigramma dice come funziona il sistema: quale ruolo esiste per fare cosa, con quali competenze, su quale orizzonte di tempo. Ecco quello che disegnerei.
Proprietà: deve possedere la filosofia e il capitale, approvare il budget e il piano pluriennale, nominare le prime linee, decidere le operazioni straordinarie, e non scegliere i giocatori.
Competenze: visione, disciplina di governance, capacità di delegare senza abdicare.
Amministratore delegato: deve gestire l'azienda-club relativamente a ricavi, stadio, marchio, rispetto delle regole finanziarie e tradurre la visione in numeri sostenibili. L'orizzonte temporale dovrebbe consolidarsi in 3-5 anni.
Competenze: management d'impresa, finanza, negoziazione.
Head of football (la figura ponte): deve saper progettare e custodire il modello sportivo, la filosofia di gioco, il mercato, il settore giovanile, la struttura dello staff, scegliere e valutare l'allenatore. Dovrebbe tenere insieme proprietà e campo.
Orizzonte: 3-5 anni.
Competenze: occhio tecnico, dati, finanza, leadership, conoscenza dei mercati internazionali.
Direttore sportivo / responsabile scouting: deve tradurre il modello in liste di obiettivi concreti, gestire la rete degli osservatori, preparare le trattative e proporre, ma non decidere.
Orizzonte: 1-3 anni. Competenze: analisi tecnica, dati, relazioni con club e intermediari.
Allenatore: deve governare le prestazioni (allenamento, formazione, gestione dello spogliatoio), definire il profilo tecnico dei giocatori che gli servono, la scelta dei nomi non dovrebbe competergli, ma a seconda del livello dell'allenatore potrebbero esserci delle eccezioni. Per un club sarebbe piu cauto lasciare le scelte finali in mano all'Head of football, a patto che riesca a soddisfare le caratteristiche richieste dell'allenatore.
Responsabile area performance e medica: salute, prevenzione, carichi di lavoro, rientri dagli infortuni. Per come la vedo io dovrebbe essere assunto dal club, non dall'allenatore, e resta quando l'allenatore cambia.
Orizzonte: pluriennale.
Competenze: medicina sportiva, scienza della prestazione, lettura dei dati fisici.
Responsabile del settore giovanile: produce giocatori per la prima squadra e valore per il bilancio. Lavora sul tempo più lungo di tutti. Orizzonte: 5-10 anni.
Competenze: sviluppo del talento, pedagogia, gestione.
Responsabile dati e analisi: deve fornire evidenza a tutte le decisioni su mercato, avversari, e saper valutare le scelte fatte. Non deve decidere, ma rendere le decisioni misurabili.
Orizzonte: continuo.
Competenze: scienza dei dati, modelli predittivi, capacità di tradurre numeri in linguaggio di campo.
La matrice delle deleghe
Il cuore del sistema è un documento che nel calcio quasi nessuno scrive: la matrice delle deleghe (in gergo delegation of authority matrix). È una tabella che assegna ogni decisione a un unico responsabile, dice chi va consultato, chi va informato e cosa succede in caso di disaccordo. Sembra burocrazia. È l'esatto contrario: elimina le zone grigie in cui i club si logorano. (vedi immagine)
Regola di escalation
Ogni disaccordo tra allenatore e head of football sale al proprietario solo dopo un tentativo documentato di risolverlo tra loro. Le decisioni sopra una certa soglia economica salgono all'AD e alla proprietà. Il proprietario mantiene il controllo strategico; la figura ponte governa il modello; l'allenatore comanda sul campo.
Il modulo permanente e il modulo transitorio
Ogni club ha un modulo permanente: preparatori, medici, analisti, scout, responsabili del vivaio. È la memoria del club, il suo sapere accumulato su ogni giocatore, ogni infortunio, ogni scelta di mercato. E ha un modulo transitorio: il vice allenatore, i collaboratori tattici, chi arriva e riparte con l'allenatore.
Da noi l'allenatore porta il suo staff intero, dal preparatore atletico al nutrizionista. Quando viene esonerato, si porta via tutto: dati, protocolli, conoscenza dei giocatori. Il club riparte da zero ogni dieci mesi. Se fossi il proprietario, metterei a libro paga del club tutto il modulo permanente e lascerei all'allenatore solo il transitorio. Non è una limitazione dell'allenatore: è la garanzia che il suo lavoro non venga cancellato dal successore.
Tre pratiche sottoutilizzate
1. Il piano di successione.
Nelle grandi aziende esiste sempre un successore pronto per l'amministratore delegato. Nel calcio prepararlo è visto come un tradimento. Eppure i club che hanno gestito meglio i cambi di panchina sono quelli che avevano già identificato il profilo successivo, coerente con il modello, prima che servisse. Lo formalizzerei come routine della figura ponte, non come segreto.
2. La revisione delle decisioni.
In finanza si riesaminano gli investimenti, in medicina si riesaminano i casi, nel calcio sono molto pochi quelli che riaprono il dossier di un acquisto sbagliato per capire cosa non aveva funzionato nella valutazione. È scomodo perché espone chi ha deciso. Ma senza questo non c'è apprendimento, solo fortuna e sfortuna. Istituirei un registro delle decisioni con il razionale scritto prima, e una revisione dopo, condotta dall'area dati.
3. Il livello psicometrico.
Il calcio seleziona giocatori guardando gambe, dati fisici e statistiche di gioco. Quasi nessuno misura in modo strutturato ciò che decide davvero la tenuta di un investimento da decine di milioni: come quel giocatore regge la pressione, come apprende, come si inserisce in un gruppo, se il suo profilo comportamentale è compatibile con l'allenatore che lo dovrà gestire. Alcune federazioni e alcuni club lo fanno per i giovani; quasi nessuno lo applica alla prima squadra, e nessuno lo usa per verificare il fit tra allenatore, direttore e rosa. Aggiungerei questo livello come strato ulteriore, non sostitutivo, dell'occhio dello scout (è esattamente il lavoro della mia società: assessment psicometrico applicato allo sport, per misurare ciò che il video e le statistiche non vedono e ridurre il rischio delle decisioni su persone).
In sintesi
Se fossi il proprietario, farei sei cose, in quest'ordine:
1. Nominerei una figura ponte con occhio tecnico, competenza sui dati e un track record di continuità, con contratto triennale sfalsato rispetto a quello dell'allenatore.
2. Scriverei la matrice delle deleghe e la farei firmare a tutti.
3. Legherei i contratti a indicatori di processo, non solo alla classifica.
4. Metterei il modulo permanente a libro paga del club.
5. Istituirei piano di successione, registro delle decisioni e livello psicometrico.
6. Mi impegnerei a non toccare l'allenatore prima di due anni pieni, salvo rottura irrecuperabile.
Nessuna di queste cose richiede più soldi. Richiedono qualcosa di più raro nel calcio: la disciplina di costruire un sistema che funzioni anche quando le persone cambiano. È l'unico vantaggio competitivo che nessun avversario può comprare in una finestra di mercato.
#milaninter 3-1
Molto bene contro un #Inter sottotono e con una formazione iniziale un po’ sorprendente.
Mi tengo stretta la concentrazione del #Milan e l’intelligenza nel gestire la palla.
Andiamo avanti è ancora lunga.
Secondo thread sul nuovo San Siro: il primo era sul progetto, questo è sui conti. Gira un post che mi ha fatto riflettere. Dice che lo stadio non ridurrà il gap con le big europee, che i 120 milioni di ricavi in più se ne andranno in rate da 50, che il naming Generali è un accordo mediocre e che l'unico guadagno sarà delle proprietà, con una speculazione edilizia mascherata da investimento sportivo. Istintivamente mi sembrava miope. Ma non volevo avere ragione: volevo i numeri. Ho lanciato quattro ricerche su bilanci, documenti depositati in Comune, comunicati, Deloitte, Forbes e i conti di Tottenham, Juventus, Atlético e Real Madrid. Questo è quello che risulta. Dove un dato non è pubblico lo dico. Dove stimo io, lo dico.
Parto dalla fine. Le affermazioni del post una per una sono nei due post successivi, gli approfondimenti con le fonti in quelli dopo.
Il verdetto
Il post ha ragione sul punto che conta: lo stadio da solo non porta Inter e Milan al livello del Real o della Premier, e il guadagno più sicuro è patrimoniale, per le proprietà. Sbaglia i numeri che usa per dirlo: la capienza, il contenuto dei 120 milioni, il prestito, la rata. Ignora la voce più grande, l'hospitality. E non dice dove sta il gap: in gran parte nel sistema Serie A e nei diritti TV, che nessuno stadio può correggere.
Rifatti i conti con le correzioni e le aggiunte, la mia stima per il Milan è questa: a regime lo stadio vale circa 67 milioni l'anno di margine in più e 20-25 di cassa libera dopo il debito; il fatturato operativo nel 2035/36 sta tra 530 e 685 milioni, con lo scenario centrale a 590; il valore del club tra 2,2 e 3,9 miliardi. I dettagli e cosa muove ogni numero sono nell'approfondimento 5.
Le incognite che decideranno: quanta hospitality si vende e a che prezzo; importo e costo del prestito per la costruzione; i tempi, cantieri nel 2028 contro la primavera 2027 chiesta per Euro 2032, con in mezzo l'udienza al Consiglio di Stato del 4 maggio 2027; l'inchiesta per turbativa d'asta, con nove indagati da marzo 2026, da considerare innocenti fino a sentenza.
Non è pubblico: i prezzi dei posti premium, la struttura del finanziamento, cifra e durata del naming, una stima aggiornata dei ricavi. Chi li dà con sicurezza sta indovinando, me compreso dove l'ho dichiarato. Gli approfondimenti con le fonti sono nei post qui sotto. Correzioni, come sempre, benvenute.
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Le cause, in ordine di peso. Primo: diritti esteri mai cresciuti, per brand, orari, produzione e commercializzazione paese per paese. Secondo: un mercato pay-TV piccolo. Sky Italia ha chiuso il 2024 in perdita per circa 258 milioni e il gruppo DAZN il 2025 per 772 milioni di sterline (bilanci riportati dalla stampa); vedere tutta la Serie A costa 530-740 euro l'anno. Terzo: gli stadi. Età media 56 anni contro 35 in Premier (Commissione indipendente, settembre 2026); 78% di proprietà pubblica in Serie A contro il 15% in Premier (ReportCalcio FIGC 2025); sei stadi nuovi o rifatti dal 2000 contro 226 nel resto d'Europa (Calcio e Finanza); ricavi da stadio 0,5 miliardi di euro contro oltre 1 miliardo di sterline in Premier (Deloitte Annual Review 2026). Quarto: la vendita collettiva dei diritti è tornata solo nel 2010; in Premier c'è dal 1992. Quinto: la governance. Media company con CVC, Advent e FSI bocciata nel 2021; canale di Lega respinto nel 2023 con 17 voti per DAZN e Sky; in Premier si decide con 14 voti su 20. Sesto: la pirateria, con un danno stimato in 419 milioni (FAPAV/Ipsos 2025), stima di parte.
Cosa si può cambiare. Lega e FIGC possono agire su governance, estero (è in valutazione la cessione del 49% di una società per i diritti internazionali, advisor JP Morgan, secondo Reuters), prodotto, bando 2029-34 con le linee guida Antitrust del 5 ottobre 2026, pirateria. Non possono cambiare la dimensione del mercato, i conti dei broadcaster, il reddito degli abbonati. Una Serie A riformata, nelle mie stime, porta al Milan 25-65 milioni l'anno in più. I 25 corrispondono a diritti interni a 1,05 miliardi dal 2029, estero raddoppiato a 425 milioni sul modello di LaLiga e Bundesliga e qualche ricavo centralizzato nuovo. I 65 a una convergenza verso LaLiga: circa 2 miliardi di diritti e 150 milioni di ricavi centrali. Se invece i diritti interni restano a 900 e l'estero cresce del 20%, l'aumento è vicino a zero. In ogni caso meno dello stadio e meno della Champions stabile.
Il valore. Non risulta uno sconto di lega sul valore dei club. Il Milan vale 4,1 volte i ricavi (Forbes 2026), il Tottenham circa 4 nonostante lo stadio più moderno d'Europa, la Juventus 5,2; l'Atlético è stato comprato a circa 6. I multipli alti premiano dimensione, brand globale e stadio di proprietà. Due di queste tre leve il Milan le ha in mano.
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Riformulo il post con correzioni e aggiunte. Tutto è stima mia su dati pubblici; prezzi premium, finanziamento della costruzione e cifra del naming non sono pubblici, dove servono uso i comparabili.
Cosa cambia rispetto al post. I 120 milioni non sono il tetto: escludono biglietti e hospitality, la leva più grande. Lo stadio ha 71.500 posti, non meno di 60 mila. Il debito plausibile, e quindi la rata, è più alto di quanto il post immagina. Il naming è sopra le attese dei club. Il guadagno delle proprietà si calcola al netto del debito.
Il Milan nel 2031/32: stadio aperto, area incompleta. Ricavi da gare in più: +11 / +32 / +68 milioni, a seconda di quanti posti hospitality si vendono e a che prezzo (65% a 4.500 euro, 80% a 6.000, 95% a 8.400). Altri ricavi dello stadio, quota Milan: naming, sponsor, tour, eventi, ristorazione, +20 / +32 / +50; nel pessimistico quasi solo il naming, nell'ottimistico naming su 20 anni, tour ed eventi a pieno regime. Margine operativo in più, dopo i costi di gestione: +10 / +43 / +93. Dopo i soli interessi: -34 / +18 / +77; qui decide il debito: 1,5 miliardi al 6%, 1,1 al 4,5%, 0,8 al 4%. Dopo la rata piena, capitale compreso: -55 / +6 / +68.
Il Milan nel 2035/36: tutto a regime. Ricavi da gare: +18 / +42 / +78. Altri ricavi dello stadio: +21 / +32 / +59. Distretto (hotel, uffici, negozi), al netto dei costi: +6 / +11 / +15. Margine operativo in più: +25 / +67 / +126. Dopo i soli interessi: -29 / +38 / +108, con debito di 1,8 / 1,3 / 0,9 miliardi. Dopo la rata piena: -54 / +24 / +97. Il pessimistico è hospitality venduta male e tutto a prestito e caro, con i soci a coprire la cassa; l'ottimistico, hospitality a prezzi londinesi e molto capitale proprio.
Il fatturato. Base operativa 2025/26, senza plusvalenze e senza coppe: 335-357 milioni. Il bilancio dice 464,6, ma 107,7 sono cessioni di giocatori e 21,5 una tantum. Champions con probabilità del 60 / 65 / 70% e valore 90 / 105 / 120 milioni: +54 / +68 / +84. Commerciale in crescita del 3 / 3,5 / 4% l'anno: +58 / +69 / +80. Stadio, lordo: +60 / +78 / +95. Lega riformata: +0 / +24 / +64. Fatturato operativo 2035/36: circa 530 / 590 / 685 milioni. In Premier farebbe circa 727.
Il valore. Con multipli di 4,25 / 4,75 / 5,75 volte i ricavi, poco sopra l'attuale 4,1, vicino alla Juventus, al livello di Atlético e Arsenal, il valore d'impresa nel 2035/36 è circa 2,2 / 2,8 / 3,9 miliardi. Tolti il debito netto del club, oggi 145 milioni, e la quota del debito dello stadio, 0,9 / 0,65 / 0,45 miliardi, il valore delle quote è circa 1,2 / 2,0 / 3,3 miliardi. RedBird ha versato circa 820 milioni di capitale e ha a monte il finanziamento Comvest, 550-700 milioni secondo la stampa. Guadagno: mezzo miliardo nello scenario centrale, zero nel pessimistico, oltre due miliardi nell'ottimistico. Per 4-4,5 miliardi servono insieme 650-700 di fatturato e un multiplo da big di Premier.
Cosa sposta i numeri. Mille euro in più o in meno sul prezzo medio di un posto premium: 7-8 milioni l'anno per club. Duecento milioni in più di debito: 13 milioni di rata in più. Una stagione di Champions sì o no: 90-120 milioni di fatturato. Naming su 20 anni, come scrive la Gazzetta, invece dei 25 usati nello scenario centrale: +3 milioni l'anno per club. Un anno di ritardo: un anno in meno di tutto questo, con gli interessi che corrono.
Il post, riformulato. Il nuovo stadio vale per il Milan circa 67 milioni l'anno di margine a regime e 20-25 di cassa libera dopo il debito: un acquisto importante in più ogni estate, non una squadra diversa. Non colma il gap con la Premier, che per un terzo è distribuzione della lega e per metà commerciale, né quello con il Real, che è quasi tutto commerciale. Il guadagno più sicuro è della proprietà: mezzo miliardo nello scenario centrale, non miliardi. Decidono tre cose: quanta hospitality si vende e a che prezzo, quanto costa il prestito, quanto tempo ci vuole.
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